Sessantacinquemila detenuti, pochi agenti: già 61 suicidi. "Pochi educatori, strutture vecchie"
In carcere si muore, di carcere si muore. Si muore per cause misteriose, come Stefano Cucchi il 22 ottobre, o si muore per malattia (l’ultimo Marcello Calì, deceduto a Poggioreale il 28 ottobre). E quest’anno sono già 147 i detenuti che hanno perso la vita dietro le sbarre, più del 2008 (142), più del 2007 (123) e del 2006 (134). Ma in carcere si muore soprattutto per suicidio: Domenico Improta, 29 anni, che ieri a Verona si è impiccato con la sua maglietta, è stato l’ultimo. Aziz, un marocchino di 34 anni morto nel carcere di Spoleto il 3 gennaio, era stato il primo. In mezzo a loro, nelle statistiche, tanti nomi senza volto di una catena ininterrotta che conta già 61 maglie. Sessantuno casi di suicidio che fanno già del 2009 l’anno più nero dal 2001 ad oggi.
Sovraffollamento C’è un dato che il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del ministero della Giustizia ha ritoccato per l’ultima volta due settimane fa: 64.979. Tanti sono infatti i detenuti nelle carceri italiane, che da regolamento potrebbero contenere soltanto 43.074 ospiti e che, a voler chiudere un occhio sulle brande ammassate nelle celle e sui turni per dormire, potrebbero “tollerare” fino a 64.111 detenuti. Sempre 800 in meno di quanti sono oggi dietro alle sbarre. Siamo oltre il tollerabile, insomma, come recita il titolo dell’ultimo rapporto curato dall’associazione Antigone. Il tollerabile di una situazione diventata emergenza stabile, il tollerabile di un problema che il governo Berlusconi annunciava di voler risolvere in un “amen” e che invece è ancora tutta lì, ogni giorno peggiore.
Più detenuti, meno agenti Anche perché nel frattempo, grazie al combinato disposto Lega-Tremonti fra tagli al bilancio e sicurezza da spot, nelle carceri italiane si assiste ad uno strano fenomeno. Mentre aumentano i detenuti (a gennaio erano 59.060 oggi sono 64.979) a diminuire sono gli agenti di polizia penitenziaria: a gennaio in servizio ce n’erano 39.156, a fine agosto erano già 38.549 di cui soltanto 35.343 al lavoro negli istituti. Sarebbe a dire che le scoperture nell’organico sono il 15% rispetto al personale previsto (41.268). La situazione peggiore è quella della Liguria dove lo scoperto raggiunge il 33%, mentre nel Lazio è “soltanto” del 20%.
Prendiamo il caso di Rebibbia, dove Diana Blefari Melazzi si è impiccata sabato approfittando di un momento di distrazione degli agenti. «Il Dap è gravemente colpevole - accusava ieri Leo Beneduci, segretario dell’Organizzazione Sindacale Autonoma della Polizia Penitenziaria - per una insostenibile carenza di organico che a Rebibbia femminile è arrivata al 40%». «Attualmente - ha proseguito Beneduci - ci sono 330 detenute, di cui 88 nel reparto dove era detenuta la Blefari. Le agenti dovrebbero essere 164 ma sono 110. E questo perché il Dap continua a distaccare personale femminile per impiegarlo in servizi amministrativi. Proprio sabato, quando due agenti sono rientrate da L’Aquila, altre tre sono state distaccate al Dap. Non ne possiamo più». Un problema che Franco Ionta, capo del Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria, conosce bene. A lui il governo ha chiesto di trovare il modo per costruire subito nuove carceri, ma l’ex procuratore aggiunto di Roma, presentando il suo piano a maggio al ministro della Giustizia Alfano, non ha potuto fare a meno di sollevare due problemi: mancano i soldi per costruire nuove carceri, e comunque ci sono migliaia di agenti penitenziari in meno rispetto all’organico previsto. Una situazione, ha spiegato Ionta, che ovviamente peggiorerà con l’apertura di nuove strutture
02 novembre 2009

Quest'anno già 60 suicidi "Pochi educatori, strutture vechie"
ROMA - Sessanta suicidi dall'inizio dell'anno, oltre 500 dal 2000. Dieci casi al giorno di autolesionismo. 1.365 detenuti deceduti dal 2000 al marzo 2009. 300-400 tentati suicidi l'anno. Eccola la perenne emergenza delle patrie galere: violenze, suicidi, morti sospette. Dietro le sbarre mille storie di umanità cancellata.
Da inizio gennaio a oggi sono 146 i detenuti morti in carcere, 6 in più del totale dello scorso anno. Ma è il dato dei suicidi a suscitare allarme: nei primi dieci mesi del 2009 i detenuti che si sono tolti la vita sono stati 61 (l'ultimo ieri sera a Verona), ventuno in più rispetto allo stesso periodo del 2008. Dove si muore di più? Secondo i dati dell'associazione "Ristretti Orizzonti", "ogni 4 suicidi uno muore in cella di isolamento: con il progressivo inasprimento del regime detentivo si assiste, infatti, ad un notevole aumento dei casi di suicidio". Non solo: "I detenuti sottoposti al regime del carcere duro (art. 41bis) si uccidono con una frequenza 4,45 volte superiore al resto della popolazione carceraria". Soffrono i detenuti, ma soffre anche la polizia penitenziaria, che nell'ultimo mese ha pagato con tre suicidi lo stress di un lavoro spesso poco riconosciuto.
"Ristretti Orizzonti" cita il Bollettino degli eventi critici negli istituti penitenziari del ministero della Giustizia: dal 1992 al 2008 ogni anno muoiono in media 150 detenuti, di cui circa un terzo per suicidio e gli altri due terzi per cause naturali. Gli omicidi registrati sono 1-2 l'anno. I suicidi riguardano prevalentemente i detenuti più giovani: i 10 "morti di carcere" più giovani del 2009 sono tutti suicidi e due avevano solo 19 anni. Non mancano le opacità: le morti per "cause da accertare" sono più numerose di quelle per "malattia".
Alla base della sofferenza del pianeta carcere è senza dubbio la condizione di sovraffollamento. "Con 65mila detenuti in carceri che ne possono contenere a mala pena 43mila - rileva Donato Capece, segretario del sindacato autonomo polizia penitenziaria (Sappe) - accadono purtroppo questi episodi. Come può del resto un agente, da solo, controllare 80-100 detenuti?". E ancora: l'80% delle 206 galere italiane hanno oltre un secolo di vita (di queste il 20% risale addirittura al Medioevo). "Da un lato cresce il dramma del sovraffollamento dietro le sbarre - spiega Patrizio Gonnella, presidente dell'associazione "Antigone" - dall'altro resta fermo il numero di educatori e assistenti sociali. La conseguenza? I detenuti restano sempre più soli ed è più facile che le storie di disperazione finiscano male". Insomma, secondo Gonnella, "il numero crescente dei suicidi è la cartina di tornasole di un carcere malato, mentre i casi di violenza fanno stabilmente da filo rosso".
La Repubblica (2 novembre 2009)