Una valutazione sulla manifestazione del 10 luglio a L’Aquila
quest’analisi l’ho trovata girando in rete e la voglio condividere con voi:
Goodbye G8!
di Antonio Musella
13 / 7 / 2009
La parte finale della manifestazione del 10 Luglio vedeva una ripidissima salita su cui il corteo convocato dai Cobas si e’ inerpicato. Una salita ripida, sotto un sole cocente. Tre tornanti, bastava voltarsi dietro per vedere sia la testa, sia la coda di quel corteo. In quel momento, con la faccia rossa dal calore, sembrava sentire nell’aria le note di Yann Tiersen, il brano “Summer 78”, ovvero la colonna sonora di “Good Bye Lenin”.
Good bye G8 !
Le note melanconiche del musicista francese sarebbero le piu’ opportune per descrivere la manifestazione del 10 Luglio a L’Aquila. Soprattutto se la si paragona alle mobilitazioni dei giorni precedenti. Qualche migliaio di persone ad intonare slogan d’altri tempi, che già otto anni fa a Genova suonavano antichi. Bandiere rosse a simboleggiare la miriade di partiti comunisti o presunti tali che orgogliosi volteggiavano i loro vessilli nell’incomunicabilita’ assoluta. Sullo sfondo la gente delle tendopoli di Bazzano e Collemaggio che guardavano passare il corteo con un atteggiamento di incredulita’ piu’ che di curiosita’. Uno spettacolo andato in scena esattamente come la passerella mediatica di Berlusconi e del G8.
C’e’ il G8 deve esserci per forza il contro G8 ! Lo chiedono i media abituati a schemi superati, lo chiede il “gotha” di una presunta rappresentanza dei movimenti di questo paese, gelosissima del suo presunto ruolo di “custodi” dell’antagonismo. Nessuno ha chiesto agli aquilani se quello spettacolo lo volevano. Nessuno lo ha chiesto alle lotte sociali reali nel paese.
Gia’ perche’ la valutazione sulla manifestazione del 10 luglio non è tanto intorno all’interrogativo “a chi giova?”, ma piuttosto dovrebbe essere una riflessione sulla composizione e sulla qualita’ della partecipazione.
E’ indubbio che dal punto di vista dei numeri la manifestazione dei Cobas è stata un flop, questo non per una critica a priori, ma per un paragone oggettivo con le mobilitazioni delle ultime settimane da Vicenza alle giornate di Roma, dai cortei contro gli arresti dell’inchiesta “rewind” alla fiaccolata della notte del 5 luglio, con 5.000 aquilani e le comunita’ resistenti di Chiaiano e Vicenza che sfilavano per ricordare le 307 vittime. I numeri, qualche volta, contano e non poco.
Quel corteo, che qualcuno giudica positivo, era composto solo ed esclusivamente da militanti politici, di organizzazioni piccole, spesso piccolissime come la miriade di partiti comunisti appunto. Nessuno spezzone superava le cento unita’, solo quello di Rifondazione Comunista, che in ogni caso vanta un radicamento territoriale in Abruzzo anche grazie all’esperienza delle Brigate della Solidarietà, era più corposo. I tentativi di analisi e di riflessione sul modo di stare in movimento nell’ultimo anno, hanno posto l’accento sulla capacita’ di generare a partire dai territori processi di autorganizzazione sociale che si sviluppassero in autonomia ed indipendenza intorno ai nodi delle condizioni materiali di vita ed intorno al tema della decisione. In questa riflessione c’e’ la chiave di lettura che ci permette di decifrare l’Onda, le lotte in difesa dei beni comuni, ma anche quelle battaglie legate al mondo del lavoro che spesso si agiscono in solitudine e lontano dai grandi palcoscenici mediatici. Se ne potrebbero citare decine, dagli operai della Ixfim in Campania a quelli della Fiat di Termini Imerse spesso dimenticati dal loro stesso sindacato.
Protagonismo sociale reale, fine dell’era della rappresentanza anche per i movimenti, ed articolazione del conflitto a partire dai territori. Questa, ovviamente, non è una ricetta, ma una forma di sperimentazione, una opzione di articolazione dei movimenti al tempo della crisi, ovvero in un tempo in cui gli inni rivoluzionari non li ascolta piu’ nessuno, troppo impegnati a “svoltare” la propria singola condizione materiale. Davanti a questo la rappresentazione iconoclasta della manifestazione del 10 Luglio altro non è che la riproposizione di un qualcosa che è gia’ morto.
Le facce sorridenti dei leader dei sindacati di base in testa al corteo sono il frutto di come nel movimento nel nostro paese viaggiamo a velocità diverse, e parliamo, ormai e’ palese, dei linguaggi assolutamente diversi e talvolta divergenti.
In che modo un corteo che non ha visto la partecipazione degli aquilani, che ha visto l’ostilità dei comitati dei terremotati che al tempo stesso hanno intrecciato il loro percorso con altri movimenti e comunita’ resistenti, un corteo che è stato povero nei numeri e nella composizione, puo’ essere giudicato positivo ? Francamente non me lo spiego. Nè tantomeno le organizzazioni promotrici possono dire di aver sviluppato un livello di partecipazione soggettiva cosi’ importante. In tutta onestà non mi pare di aver visto migliaia di insegnanti al corteo, né tantomeno migliaia di lavoratori del pubblico impiego. Se fossi in loro me ne preoccuperei, o quanto meno mi occuperei di come fare sindacato, di come incidere nella crisi attraverso la prassi sindacale piuttosto che atteggiarmi a ceto politico di movimento, come un soviet che si muove liddove’ c’e’ un palcoscenico da solcare.
Un soviet senza nemmeno gli operai ed i contadini al seguito…
Forse si esagera…forse si è troppo impietosi nella critica, forse la considerazione piu’ complessiva sul sindacato di base in questo paese non merita di essere inserita nel campo delle valutazioni sulla mobilitazione del 10 luglio.
Sarà, ma senza dubbio le dichiarazioni del portavoce dei Cobas alla stampa prima della manifestazione del 10 la dicono lunga sulla estraneità di quel percorso dalle dinamiche reali che si sviluppano a L’Aquila ed in Abruzzo. Piero Bernocchi parla di “miserabili” di “succubi del Pd”. In questi giorni abbiamo visto decine di ragazzi provenienti da esperienze diversissime cimentarsi con la gravosa sfida di provare a rompere lo stato di shock in cui versano i terremotati aquilani. Li abbiamo visti darsi da fare, provando, come nel caso della contestazione ad Obama, a portare i terremotati ai blitz ed alle azioni contro il G8. Lo abbiamo visto nelle occupazioni di case sfitte, lo abbiamo visto nel campo della rete 3e32 diventato per qualche giorno crogiulo complicato di esperienze diverse che si sono conosciute ed attraversate. A quei ragazzi, a quegli attivisti va tutta la nostra stima ed il nostro apprezzamento, e gli diciamo grazie per aver appreso davvero cosa significa oggi provare a costruire conflitto in Abruzzo sicuri che nel futuro prossimo proveremo ad intrecciare i nostri percorsi di lotta territoriale dai beni comuni all’Onda, dalla lotta per la casa a quella per il reddito, con il percorso che si sta dando a L’Aquila per la ricostruzione dal basso e per invertire la piramide decisionale sulle vite di migliaia di persone.
Altri invece li abbiamo visti affannarsi su questioni come ad esempio autobus che non si riempivano, giornali che non riportavano dichiarazioni, televisioni che non passavano interviste.
Viene da chiedersi chi sono i miserabili.
Ma forse non lo è nessuno. Forse dobbiamo prendere atto che chi parla lingue diverse vivrà in mondi diversi, e svilupperà percorsi che si commisurano con la visione del sè rispetto alla dimensione globale della crisi che saranno diversi.
Per parte nostra siamo coscienti che oggi una stagione è chiusa e da un punto di vista simbolico questo G8 chiude definitivamente quella fase cominciata nel 1999. Non solo, ma la genesi e parte dello sviluppo di una nuova fase l’abbiamo già vista, è l’Onda sono le lotte in difesa dei beni comuni, sono le lotte autonome ed indipendenti che si sviluppano nel paese intorno ai nodi della crisi. Sono irrappresentabili, non cercano bandiere rosse comuniste e rivoluzionarie, sono “interclassiste” per lo sdegno degli stalinisti, e sono vive, gioiose e decidono autonomamente le forme di lotta da intraprendere. Non hanno bisogno di “nazionali” che gli dicono cosa fare, non aspirano al parlamento e soprattutto sanno da soli quando osare e come.
Noi la vediamo cosi’. E non abbiamo visto nulla di simile nella manifestazione del 10 luglio scorso, anzi fa specie che le pocchissime esperienze di lotta reali che il 10 erano presenti in piazza danno un giudizio positivo sulla composizione di quella manifestazione.
Altri sono contentissimi della gloriosa marcia contro il G8.
Yann Tiersen suggerirebbe il “Valse d’Amelie” per scorrere in sequenza i volti dei tanti delusi che popolavano quel corteo, quelli che non sapevano nemmeno che si dice “L’Aquila libera” e non “Aquila libera”, quelli che il terremoto, esattamente come prima, continuano a vederlo in televisione.
Tratto: da Global Project
un piccolo pensiero: la prossima volta si abbia il coraggio di dirlo tra i compagni e poi se non sbaglio ma tu caro musella stavi all’Aquila davanti a prenderti anche tu una buona dose di flash dei giornalisti, sulle pratiche da te scritte mi sembra un paradosso proprio tu che ti sei arroccato a chiaiano di decidere sulle volontà delle popolazioni e i risultati si sono visti……..meditate gente, meditate………







caro musella, io credo che dovreste finalmente smetterla con questa nauseante retorica del nuovo, dell’autorganizzato, del vero. le posizioni che tu e i tuoi portate non sono per niente nuove, gli infami sono sempre esistiti. l’operazione che avete fatto a L’Aquila (perchè, a voler essere precisi, si scrive così, e non all’Aquila) è connotata dal populismo più retrivo. siete riusciti a far dimenticare agli aquilani che il problema era sì il terremoto, ma che questo andava necessariamente legato ad una critica più generale che mostrasse perchè è possibile che si verifichino situazioni del genere, chi sono i responsabili. come al solito (dalla palestina al terremoto), il vostro approccio umanitario cancella con un colpo di spugna tutta la complessità del reale (cosa di cui accusate i famigerati stalinisti). per di più, se vogliamo parlare anche dell’organizzazione, dovresti spiegarmi che cos’è la tua (anzi LE tue) se non un’organizzazione di portata nazionale, nella quale a roma tre o quattro intellettualucoli forniscono la teoria e indirizzano la vostra pratica (blindando le assemblee come neppure i peggiori “stalinisti” sarebbero in grado di fare; lanciandosi in balletti con la polizia nei quali quasi mai siete voi ad assumervi le responsabilità; appoggiandovi alle vostre amicizie nel manifesto, salvo poi fare la parte dei bambini offesi quando il manifesto decide di non pubblicarvi). e dovresti anche spiegarci come te la cavi nella tua posizione imbarazzante di esecutore delle direttive dei quattro intellettualucoli di area cigiellina di cui sopra e contemporaneamente di quadro dell’RdB….non deve essere facile…eppure qualcuno se ne dovrà accorgere prima o poi, come ci si è accorti che avete tentato di portare in tutti i modi l’onda tra le braccia della CGIL. tornando al g8, dovresti spiegarmi, caro musella, perchè il g8 università andava contestato a tutti i costi e quello generale no. forse perchè da una parte bisogna mantenere in vita l’onda (che tante soddisfazioni vi ha dato durante l’autunno), e dall’altra bisogna agguingere una bandierina alla vostra mappa delle comunità resistenti (maledettamente interclassiste – è opportuno ribadirlo perchè il proletariato non cominci a credere che i beni sono comuni che che gli interessi da difendere sono quelli generali della gente – ). forse tra un po’ vi candiderete pure a L’Aquila, chissa…staremo a vedere. intanto voi continuate con i vostri sporchi opportunismi, che noi continuiamo con le nostre lotte.
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- Bè, Good Bye Lenin, certo certo, ma per andare nelle braccia di qualche “eretico del PD” (cit. Beppe Caccia, da Il Manifesto di nemmeno un anno fa, poi oggi il PD è il mandante delle operazioni di repressione… chi ci capisce è bravo)? Di Lenin forse, dico forse, si può fare benissimo a meno, anche se quello di cui dovreste liberarvi è giusto il leninismo da 4 soldi che continuate a praticare. Anche perché non dà alcun risultato tangibile: non si vince mai! Però se avete tempo da perdere rileggete pure “stato e rivoluzione”, mica per altro, per vedere come scrive un rivoluzionario. E poi, se quando avrete davvero un’idea che sia una, ponete la vostra critica-critica a Lenin, a tutti quelli che volete, ma fatelo con cognizione di causa. E non per amore del nuovismo, che è sempre, sempre, sempre, già vecchio. Fatelo per amore di una verità (che appunto, diceva lenin appunto, è sempre rivoluzionaria ma voi fate a meno di lenin, della verità per non parlare della rivoluzione…).
- la battaglia dei numeri è sempre patetica; a L’Aquila pochi, ma non ci si vorrà mica far credere che nei giorni precedenti intere moltitudini erano scese in piazza contro la repressione… a veder bene, è vero che all’Aquila c’erano i miltanti ma c’erano in egual misura anche nelle altre mobilitazioni. Pochi da un lato e dall’altro… Ma siccome non è la quantità, il numero, il più del problema, allora il problema è nel vuoto assurdamento pieno di chiacchiere che ha tenuto banco ovunque.
- spettacolo, certo. Ovvio: ovunque null’altro che spettacolo. Forse si è pochi anche perchè la replica all’infinito è noiosa. I personaggi sempre gli stessi, come in un serial tv. All’Aquila un poveraccio che tira a campare facendo il sindacalista, altrove gli stessi di dieci anni fa a genova. E questo “nuovo” che piace tanto? In pochi a volte si fanno grandi cose. In molti a volte si perde alla grande. La differenza sta in chi ha una strategia e chi vive solo di tattica. Qui sembra che tutti siano dei tattici.
- la categoria di “militanti politici” è orribile, davvero. ma anche tu che scrivi questo articolo in cui li insulti, non sei un “militante politico”? No? E cosa allora? non lo dici. perchè non lo puoi dire.
- interclassista… ma che cosa significherebbe? Che ragionamento che fai. Da un lato le classi sembra tu dici che non ci sono più, dall’altro invece vuoi l’interclassismo, ovvero la federazione di tutte le classi inesistenti… mmmhhh in realtà c’è solo una classe, la piccola borghesia. di cui fai anche tu parte. la plebe non è una classe.
- in italia il movimento non esiste più da un pezzo. quando si sarà preso coscienza di questo, forse si tornerà con le testa sulle gambe…
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Queste poche righe non rappresentano un’analisi imparziale, ma qualcosa come una lettera aperta a tutti i militanti o attivisti, un piccolo contributo al dibattito di movimento. Troppo volte, infatti, la discussione scade nell’insulto e nel pregiudizio, e ciò non aiuta nessuno a capire quali posizioni assumere, quali sono le basi teoriche e le pratiche su cui si fondano, e quindi a cosa mirano le differenti “correnti”. Ma se ci interessa la rinascita delle lotte sociali, in vista di un cambiamento significativo delle condizioni di esistenza, verso una maggiore uguaglianza sociale e libertà (giusto per farci stare dentro tutti), dobbiamo cercare di fare ogni volta lo sforzo di pensare, invece di ripetere passivamente formule trite o vacue, scegliendo la propria posizione per appartenenze e/o amicizie.
L’occasione di un tale discorso, per chi scrive, è rappresentata dalle valutazioni che l’area disobbediente ha fatto subito dopo il G8. In particolare da un articolo di Antonio Musella, rampante esponente dei disobbedienti a Napoli, occupante di Insurgencia e quadro dell’Rdb (http://napoli.indymedia.org/node/9358). In qualche modo un leader: così dovrebbe essere chiamato (se non suonasse eccessivo per i numeri attuali del movimento), vista la pratica tutta disobbediente di disprezzare qualsiasi ambito di confronto collettivo, di far elaborare e imporre la linea a pochi individui, di far uscire personalisticamente i propri nomi in vista di possibili “offerte” da parte di sindacati, partiti, riviste o posti all’Università… Un leader di un’area che, se non si definisce più così – visto che da loro i nomi vengono scelti secondo criteri di mediaticità, e conviene abbandonarli quando sono troppo screditati – oggi esiste ancora, nonostante dieci anni di insuccessi.
Vale la pena di dare un occhio a quest’articolo non tanto perché meriti davvero una lettura (molto più interessante sarebbe confrontarsi direttamente con le posizioni teoriche di Negri o Fumagalli), ma perché in esso si trovano concentrate e propagandate a livello di massa le posizioni di questa parte del movimento. La prima cosa che colpisce, infatti, è lo stile dello scritto di Musella: ragionamento ridotto al minimo, insistenza ossessiva su alcuni punti, slogan lanciati in maniera imperativa, molta poca critica al “potere”, e molto attacco alle altri componenti del movimento. È la modalità di scrittura della peggiore propaganda politica: quella che serve a infangare senza spiegare, a eliminare un “avversario” (che non è mai il tuo vero nemico, ma sempre quello che ti sta accanto, no?), piuttosto che comprenderlo, dialogarci, trovare minimi punti in comune. Ma proprio per questo l’articolo ha un merito: fa chiarezza. Traccia una linea molto precisa fra il movimento e la corrente dei disobbedienti. E forse anche fra cosa sono le lotte sociali e cosa sono i provocatori, infiltrati, gli amici di chi tenta in ogni modo di depotenziare le lotte.
Siamo ricaduti nell’insulto sterile? Leggete le prime quindici righe dell’articolo di Musella: potrebbero essere altrettanto bene scritte da Il Giornale:
““Tre tornanti, bastava voltarsi dietro per vedere sia la testa, sia la coda di quel corteo. In quel momento, con la faccia rossa dal calore, sembrava sentire nell’aria le note di Yann Tiersen, il brano “Summer 78”, ovvero la colonna sonora di “Good Bye Lenin” [...] Qualche migliaio di persone ad intonare slogan d’altri tempi, che già otto anni fa a Genova suonavano antichi. Bandiere rosse a simboleggiare la miriade di partiti comunisti o presunti tali che orgogliosi volteggiavano i loro vessilli nell’incomunicabilità assoluta [...] E’ indubbio che dal punto di vista dei numeri la manifestazione dei Cobas è stata un flop [...] Quel corteo, che qualcuno giudica positivo, era composto solo ed esclusivamente da militanti politici, di organizzazioni piccole, spesso piccolissime come la miriade di partiti comunisti appunto”“.
È solo Il Giornale che riesce ad avere questo feroce anticomunismo (continuare a leggere il testo, che tira in mezzo inesistenti Soviet, inni rivoluzionari, bandiere rosse), che nella sua furia ottusa diventa anti-socialismo, anti-progressismo. Viene da chiedersi: quale settario comunista avrebbe mai scritto qualcosa del genere di una manifestazione dei disobbedienti? Ancora: avremmo criticato un simile passaggio se lo avesse scritto qualsiasi giornale, perché sappiamo che in una certa misura siamo tutti sulla stessa barca, quella di chi si oppone all’esistente, e ci interessa che, nelle ovvie differenze, nessuna lotta sia stroncata, affossata. Come facciamo ad accettare questi insulti da una componente che si vuole parte del movimento? C’è un limite fra l’onestà ed il martellarsi i coglioni, c’è un limite fra la critica produttiva e l’infamità.
Anche perché, se si vuole essere critici verso i compagni, bisognerebbe sempre partire da se stessi, e dire che a Genova le Tute Bianche, fra cui Musella, hanno sbagliato, hanno la responsabilità politica di aver trattato con le guardie, di aver gestito male un corteo dove è morto un compagno (non certo disobbediente)… Si dovrebbe almeno spiegare il cambio di tattica, perché di strategia non se ne vede, visto che, in dieci anni dalla comparsa dei disobbedienti sulla scena politica, quello che gli è riuscito è solo di allontanare le persone, impoverendo le lotte, e annacquando i contenuti (certo, nel quadro più generale di una “crisi della sinistra”, che investe tutti – e infatti le loro “finezze” analitiche e le sottili distinzioni, dalla persona media, non vengono affatto recepite…).
Ecco invece che va in scena uno squallido gioco con i numeri. Musella parla di “tristezza” del corteo “se paragonato alle mobilitazioni dei giorni precedenti”… E quali sarebbero? Quella del corteo interno alla Sapienza dell’Onda, non più di cento persone? Quello di un blocco stradale dell’ala disobbediente romana, fatto da 15 persone? Quello di una fiaccolata umanitaria e generica che ha portato in piazza ben poche persone a dispetto di un contenuto da “volemose bene”? Il Forum della Ricostruzione con 30 persone, e nemmeno un aquilano? La scritta – davvero poco critica! – YOU CAMP, che – guarda un po’ – ci è toccato vedere per giorni sulle pagine dei giornali e sui TG, messa lì da 25 persone fra cui Lolli, il figlio del deputato PD (un tipo che nell’assemblea del 21 giugno del 3.32 voleva addirittura scrivere ai giornali per dissociarsi dalla manifestazione)? Quanto alla manifestazione di Vicenza, siamo tutti contenti che sia riuscita, ma lo è stata proprio perché ci hanno lavorato militanti da tutto il Nord, e non solo disobbedienti: da PRC a PDCI, associazioni, sindacati di base, PCL, centri sociali come Il Vittoria di Milano…
Così, il corteo del 10 luglio, boicottato ed organizzato non solo dai COBAS, ma da tante realtà diverse, un corteo che la Questura ha valutato di 4.000 persone, diventa per Musella solo di 5.000 (per Casarini addirittura 3.000!); mentre una manifestazione disobbediente sarebbe stata data a 10.000 (e in effetti alla fiaccolata, dove c’erano secondo la questura circa duemila persone, fra cui tutti, anche i COBAS, anche i manifestanti del 10, da Musella viene quasi triplicata per motivi di becera propaganda).
Non solo è davvero schifoso questo gioco dei numeri (che sì sono importanti, ma che se ci attenessimo a quelli allora avrebbe ragione Berlusconi e il PD: almeno loro li eleggono milioni di italiani!), ma è inedito che i numeri vengano utilizzati contro le stesse componenti del movimento. Infamità simili non si fanno mai! Che pensa, Musella, che la polizia ed i fasci non vadano su internet? Che i giornalisti non si facciano grasse risate? Che le persone comuni non vengano allontanati da queste miserabili polemiche?
Visto che il disobbediente gioca a fare lo spregiudicato, visto che non vuole lavare i panni in famiglia (il suddetto individuo a Napoli è ben conosciuto, ed avrebbe potuto dirle in faccia queste cose, invece di presentarsi un mese e mezzo fa ad un’assemblea della Rete Campana No G8 e aderire opportunisticamente alla piattaforma di quelli che poi spietatamente critica) diciamo le cose come stanno:
1. i disobbedienti hanno boicottato questa mobilitazione anti G8 per un piccolo ritorno di immagine. Con grande scorrettezza, non si sono sfilati dall’inizio, lasciando fare gli altri, ma hanno ritardato e bloccato ogni fase organizzativa (dalla costruzione del nodo indymedia all’organizzazione delle iniziative romane).
2. i disobbedienti hanno agito come un partitino, “blindando” le assemblee a cui erano presenti con interventi a macchinetta, peraltro uscendo in massa dallo spazio quando l’intervento non era loro, trattando sottobanco con la “presidenza”, in spregio a qualsiasi confronto democratico. Peraltro senza nemmeno avere internità con la situazione aquilana, a differenza di Epicentro Solidale o le Brigate di Solidarietà. Non solo: hanno favorito per convenienza tattica le posizioni più reazionarie di CGIL, ARCI, PD, soffiando sulle paure degli aquilani contro i mostruosi “No Global”… Salvo poi dover spiegare agli aquilani che fra di loro, accampato nelle tende, c’era proprio Egidio, un “no global” che a Torino aveva partecipato a degli scontri! Un “violento”, che come gli altri compagni arrestati, viene difeso dal linciaggio mediatico e giudiziario da tutto il movimento, odiosi comunisti in primis! A dimostrazione che non si deve MAI dare il fianco alla repressione o al fascismo, che su certi temi dobbiamo essere tutti uniti.
3. i disobbedienti cianciano di autorganizzazione, ma si autonominano portavoci delle lotte, e peraltro di lotte (purtroppo!) esistenti solo in Rete. Il caso-Musella è al limite del ridicolo: parla a nome del presidio di Chiaiano che non c’è più – ci sono solo dieci disobbedienti che non si fila più nessuno (e infatti alle ultime elezioni la gente di Chiaiano e Marano ha votato in massa i soliti camorristi del luogo). Innanzitutto, quando c’era il presidio, a prendersi le botte, c’erano tutti i compagni; inoltre i livelli di politicizzazione della “gente” sono stati bassissimi, proprio a causa dei disobbedienti che dicevano che “non bisogna cacciare dal corteo quelli di Fiamma Tricolore”, o contestare la Mussolini venuta ad arringare la folla. Insomma, se invece dei consiglieri municipali o del sindaco di Marano – legittimamente eletti, secondo i criteri della democrazia borghese – dobbiamo vedere Musella che al TG3 parla a nome di Chiaiano e dice (senza che a Chiaiano si sia fatta un’assemblea pubblica in merito) che loro non partecipano al corteo del 10, dove sta l’avanzamento delle lotte?
4. i disobbedienti sono un caso clamoroso di efficacia politica rispetto a quanto davvero rappresentano. Ormai spostano poco. Musella parla ad esempio di lotta per la casa: a tutte le loro iniziative a Napoli c’erano 20 persone, sempre gli stessi disobbedienti. Anche in questi giorni una mobilitazione contro la repressione sarebbe stata impensabile senza tutti gli altri compagni, così come la mobilitazione dello scorso autunno (a proposito: visto che con la “fresca” invenzione dell’Onda avete messo un cappello al movimento, com’è che non vi assumete le responsabilità della sua sconfitta? Com’è che, non solo non si è bloccata la riforma, ma non si sono nemmeno allargati gli spazi di partecipazione? Gli studenti si sono davvero mobilitati per mesi solo per avere qualche controcorso?).
Insomma, è solo in virtù dei seguenti elementi che riescono ad avere margini, sempre più residuali, di visibilità: appoggi a Repubblica ed al Manifesto, con simpatie vaganti in Liberazione; contenuti scialbi e umanitari; semplificazioni indebite della realtà, come quelle umanitarie sulla Palestina, o quelle sull’Università di cui Raparelli ci ha fornito esilaranti esempi. A loro merito va ascritta una capacità di coordinamento nazionale forte, ed una più compatta elaborazione politica (peraltro strumenti classici dell’egemonia comunista: riviste, contatti con il mondo culturale, ramificazioni nei sindacati…). Meriti comunque dovuti alla frammentazione delle altre realtà, dalla vecchia autonomia ai comunisti, e che si rovesciano in mali quando si tratta di mettere il cappello alle lotte, di far uscire parole d’ordine vaghissime, di proporre “territorio” e “interclassismo” (il programma della Lega!) come il futuro della sinistra.
Forse è tutto racchiuso nel loro uso dell’aggettivo “stalinista”. Loro sì (e per molti aspetti meno male) non esistono più. Ma sulla scorta della destra, i disobbedienti lo usano come contenitore vuoto, sinonimo di male assoluto. Così Casarini può affibbiarlo ad un sindaco del PD, l’Onda contro un giudice borghese come Caselli, proprio come Bianchini, il segretario piddino di un circolo romano accusato di violenze sessuali, lo usa contro i dirigenti del PD. D’altronde, simpatie, quando si accusano gli altri di stalinismo o di comunismo (usati in modo interscambiabile), le si trova sempre. Ma si intorbidano le acque, ed alla lunga si fa il gioco del nemico che ha proprio questo obbiettivo.
Spiace davvero dirlo, ma con i disobbedienti, con il loro marketing, con la loro insistenza sulla “gente”, con il loro populismo, e la loro speculazione umanitaria, con le loro trovate mediatiche, fallimentari come l’eterno rinnovamento di Rifondazione o le primarie del PD, il leghismo e il berlusconismo ha contagiato anche il movimento.
Ora c’è tanto da fare: legami da riallacciare, analisi da migliorare, fascismo da combattere per le strade e negli apparati istituzionali, percorsi di autorganizzazione sociale per collegare le diverse lotte e rovesciare il potere (e non infiltrarlo, magari facendosi eleggere alla municipalità). Non ci interessa il “nuovismo”: anche i proclami del mercato si presentano come un nuovo luccicante e invece sono il vecchio gioco dell’oppressione, mentre in parole che sembrano vecchie, come “comunismo”, c’è il futuro, la speranza, qualcosa che non è mai stato fatto prima d’ora. Né ci interessa se il Novecento sia finito o no: siamo nel 2009, e sappiamo contare. Ma se con questo pretesto si vuole seppellire qualsiasi lotta radicale, qualsiasi progetto emancipativo, dire che “sinistra” e “destra” non esistono più, proprio come faceva Terza Posizione, sappiamo che non troviamo nei capi dei disobbedienti degli alleati, ma dei pompieri e dei servi dei padroni.
Scrive Musella, per rompere con tutto il movimento: “Forse dobbiamo prendere atto che chi parla lingue diverse vivrà in mondi diversi, e svilupperà percorsi che si commisurano con la visione del sè rispetto alla dimensione globale della crisi che saranno diversi”.
Ha ragione. Da che lato si sono messi i disobbedienti, lo stiamo vedendo tutti.
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Scusate eh ma che credete di aver scoperto qualcosa di nuovo sui disobba? Sono anni che fanno questo!!!
Come se qualcuno non lo sapesse che il loro è un progetto che mira solo a qualche poltrona in parlamento! Si riempiono la bocca con parole come autorganizzazione, generalizzazione del conflitto ecc ecc e poi non sono presenti in nessuna lotta su cui non possono mettere il cappello! Con le loro logiche di contrattazione per l’assegnazione degli spazi hanno fatto si che il sindaco nazi della nostra città potesse legittimare posti come casa pound! Ma poi porco dio non hanno manco il buon senso de stasse zitti su sta cosa del g8 che grazie alle loro pratiche del cazzo hanno mandato bevuta la gente! Più quelli che se so bevuti che quelli che stavano in piazza e c’hanno la faccia de di che è andata bene!?!? Poi parlano di onda… mancoi gliele mando ste bestemmie che so troppo schifata porco dio una manovra di quella portata per cercare di far prendere il posto a un paio di ricercatori capoccia del loro posto romano!! Sono i capi assoluti della mistificazione porco dio!
Comunque adesso la gente (almeno a roma) si è resa conto di chi cazzo sono e lo schifo che buttano quotidianamente addosso ai compagni gli esploderà in faccia
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noi sono anni ke diciamo disobbetiente primo demente!!!, ci abbiamo ragione?.
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Calcola che ho una foto in camera fatta a napoli do stanno le poste fasciste di sta frase!!! HAHA
però mi accontento di cantarglieli alle manifestazioni so troppo cattivi pe scriverli su un sito tocca diglieli in faccia
A noi però piace di più MEGLIO IMPIEGATO IN BANCA CHE TUTA BIANCA!
Poi troppi ce ne stanno che abbiamo creato alla sapienza all’occupazione noi fuori onda
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se he per questo voi a roma ci avete ancora il colloseo e alemanno!!!.
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Ma perche’ non ci mettete la faccia in quello che scrivete…?
Tipo nome e cognome o collettivo ?
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a basta con sto metteteci la faccia che fa il paio con quelli che dicono “non vi coprite il volto”….
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Caro Musella e chi non c’era, non parlate a nome degli aquilani sopratutto quando non lo siete né conoscete questa città. Al corteo del 10 c’erano diversi aquilani mai visti ai cortei nel passato (e questo è per me importante). Inoltre il giorno era feriale e la gente lavora, per cui molti non sono potuti venire! Chi ha snobbato quella manifestazione, alla faccia di quello che ciancica in giro, ha ricevuto precisi ordini dall’alto – altro che dal basso… Siete chiusi nel vostro localismo-municipalismo e state di fatto contribuendo a sviluppare campanilismi e leghismi vari con la storia che ognuno è padrone del proprio territorio (anche a livello politico), come se le super-potenze non c’entrassero nulla con l’Aquila. Ma chi la ricostruirà secondo voi? Alcuni paesi distrutti sono stati adottati da stati europei o americani e questo mi fa pensare che vorranno qualcosa in cambio a lavori finiti, che ne dite??? All’Aquila stessa alcune imprese sono straniere e anch’esse vorranno la loro fetta di torta a fine lavori… Con la defiscalizzazione verranno tante multinazionali a “delocalizzare” da noi, come in Romania o Thailandia, abusando della fame di lavoro e dello stress psicologico subìto che ci sarà quando la maggiorparte degli sfollati potrà rientrare in città! Invece voi ancora state dietro ai Cialente e alle Pezzopane che non contano nulla in un’economia globalizzata.
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sei male informato.
Loro c’erano-
Sono venuti in gruppo all’appuntamento per la partenza da Napoli per vedere in quanti partivamo.
La DIGOS non era sola.
Che schifo.
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Grazie Kombattino. Se non ci fossi ti si dovrebbe inventare. Un Komattino per città e riunifichiamo il movimento….comunista
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tutto quello che volete, ma chi ha scritto questompoast è un infame…se qualcuno era sotto quel pulman era per garantire la pertenza di tutto per l’aquila….Sei solo un infame non meriti rispetto
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antonio musella e iannone si incontrano
temi del dibattito: Homo de panza Homo de sostanza.
due chiattoni due coglioni.
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che schifo tutto questo!
niente di meno da un post ne sono scaturiti altri 7 uno peggio dell’altro tutto perche?
perche non esiste dialogo? perche non cè voglia di confrontarsi?
perche fa comodo non confrontarsi?
infangare il movimento aiuta?
basta mi fa male vedere che si è ingrado di scrievre un commento solo dietro un monitor e non avere poi le palle di parlarne in veste assembleare
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disobbediende primo demente!!!!!!!!!!!!!!.
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idee vaghe e populiste, metodi politici stalinisti, una supponenza e un disprezzo per gli altri che nemmeno bondi e cicchitto…
cari disobba per fare politica sul territorio si può anche fare a meno di voi, come ad esempio a firenze
bello anche il vostro anticomunismo da operetta….visto che siete così postideologici e non conformi, a quando un bel dibattito iannone-musella a casa pound? non mi stupirei neanche più di tanto…potreste cominciare a chiamarvi “comunisti del terzo millennio”
un compagno di firenze
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