Il 21 aprile 2009 l’Engineering and Physical Sciences Research Council (EPSRC), agenzia governativa britannica che ha il compito di assegnare i fondi per la ricerca nelle scienze ingegneristiche e in quelle fisiche, ha approvato una variazione alla guida che regola i criteri per la concessione di fondi alla ricerca. D’ora in poi sarà valutato anche l’“impatto economico”, definito come “il contributo dimostrabile che la ricerca d’eccellenza porta alla società ed all’economia” col fine, tra gli altri, di “rafforzare la competitività economica della Gran Bretagna”.
Si tratta senza ombra di dubbio di un ulteriore passo verso una ricerca sempre più attenta agli interessi, cioè ai profitti, di breve periodo degli imprenditori. Una ricerca, nell’ottica della Strategia di Lisbona (2000) e dello Spazio Europeo della Ricerca, sempre più strumento di competizione sugli scenari internazionali, e sempre meno attenta ai bisogni umani.
Tra le domande cui i ricercatori dovranno rispondere per spiegare i motivi che li spingono a chiedere un finanziamento, ne spicca una: “Chi trarrà benefici da questa ricerca?” cui si fa seguire immediatamente quest’altra: “Ci sono beneficiari appartenenti al settore del commercio privato tra coloro che beneficeranno della ricerca?”. Naturalmente una risposta affermativa a quest’ultimo quesito sarà elemento di “merito” per i ricercatori alla caccia di fondi.
Ma la guida stilata dal EPSRC è una fonte inesauribile di spunti per comprendere la direzione effettiva verso cui il mondo dell’università e della ricerca sta avanzando a gran ritmo. Procedendo oltre, possiamo infatti leggere che un altro elemento positivo ai fini dell’assegnazione dei finanziamenti è l’identificazione di meccanismi (già esistenti o potenziali) per l’eventuale sfruttamento della ricerca: per “meccanismi” non si intendono altro che le partnership e gli accordi di collaborazione che le università continuano a siglare ad una velocità impressionante. Ed ecco emergere il ruolo dell’“accademia”: con buona pace di chi continua a rivendicare un’università slegata dagli interessi dei privati, una scienza “libera”, dobbiamo constatare che sempre più i confini pubblico-privato sono labili e le stesse istituzioni educative si avvicinano per modello di gestione e per scopi alle “normali” imprese. Gli atenei sono incentivati a costruire delle reti, locali o internazionali, con gli altri “attori sociali” (espressione usata nei documenti dei governi e delle istituzioni statali per celare il termine “imprese”) per rendere profittevoli i propri “output”.
Ancora una volta il cerchio si chiude e Università e ricerca si dimostrano, nei progetti di chi governa, ottimi strumenti per far guadagnare lauti profitti ai capitalisti di turno.
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Fonti:
http://www.rebelion.org/noticia.php?id=85572
http://www.epsrc.ac.uk/ResearchFunding/HowToApply/EIFAQs.htm
http://www.epsrc.ac.uk/CMSWeb/Downloads/Other/EIGuidanceForApplicants.pd…






