Riflessioni a margine.
Temi per il dibattito del ‘Cantiere’ unitario.
«Noi dimostreremo che ci sono risposte a molte delle tragedie del pianeta. Noi dimostreremo che l’essere umano può e deve essere migliore. Noi dimostreremo il valore della coscienza e della etica. Noi offriamo vita. […] Educare è tutto, educare è seminare valori, è sviluppare un’etica, una attitudine davanti alla vita. Educare è seminare sentimenti. Educare è valorizzare tutto il buono che può risiedere nell’anima di un essere umano, il cui sviluppo è una lotta di contrari, tendenze istintive all’egoismo e altre attitudini che devono essere contrarrestate e solo possono essere contrarrestate attraverso la coscienza. […] Rivoluzione è consapevolezza del momento storico; è cambiare tutto quanto deve essere cambiato; è uguaglianza e libertà piene; vuol dire essere trattato e trattare gli altri come esseri umani; significa emanciparci noi stessi e con i propri sforzi; è sfidare potenti forze dominanti dentro e fuori l’ambito sociale e nazionale; è difendere i valori in cui si crede al prezzo di qualunque sacrificio; è modestia, disinteresse, altruismo, solidarietà ed eroismo; è lottare con audacia, intelligenza e realismo; è non mentire mai né violare principi etici; è convinzione profonda che non esiste forza al mondo capace di schiacciare la forza della verità e delle idee. Rivoluzione è unità, è indipendenza, è lottare per i nostri sogni di giustizia per Cuba e per il mondo che è la base del nostro patriottismo, del nostro socialismo e del nostro internazionalismo.»
Fidel
1. I comunisti sono ‘classisti’, anticapitalisti e rivoluzionari per definizione.
Un concetto rimosso e da recuperare e valorizzare è il concetto – e la modalità pratica – di Rivoluzione; l’ideologia borghese dominante ha influito in maniera deleteria egemonizzando la modalità di pensiero dei compagni, soprattutto delle giovani generazioni, spingendo a deformare, fino ad espellere, la concezione rivoluzionaria di coloro che si definiscono comunisti, relegando il concetto stesso ad una sfera semplicisticamente connessa alla ‘violenza’, all’atto eroico isolato dal contesto e banalizzazioni di questo genere. Il concetto di Rivoluzione in realtà attiene ad una sfera più ampia e complessa; la rivoluzione non è solamente un momento di rottura ma, più correttamente, è un vero e proprio processo connotato da diverse fasi e costituito dall’intreccio di modalità diverse e molteplici, più o meno ‘pacifiche’ o più o meno ‘violente’ che siano, da articolare secondo le necessità dei momenti e delle fasi che il processo attraversa. Non è possibile quindi, pensare alla rivoluzione senza prendere in considerazione il processo nel suo complesso, caratterizzato da momenti di accumulazione di forze, di equilibri strategici, di ritirate, di avanzamenti e ribaltamenti di rapporti di forza.
I comunisti sono tali nella misura in cui non giocano a nascondino con se stessi, e portano dentro sempre la coscienza – a prescindere dalla fase che attraversano – il principio evidenziato nel Manifesto: «I comunisti sdegnano di nascondere le loro opinioni e le loro intenzioni. Essi dichiarano apertamente che i loro scopi non possono essere raggiunti che con l’abbattimento violento di ogni ordinamento sociale esistente». Recupero delle categorie marxiste significa principalmente anche questo. Nonostante alcuni temi, non siano posti nell’Ordine del Giorno, ciò non significa che debbano essere rimossi, ciò non significa che i compagni non debbano averne consapevolezza, altrimenti non si capirebbe per quale motivo continuare ad utilizzare il termine comunista se lo si priva del suo portato storico e delle proprie determinazioni ideologiche.
Come evidenziava Gramsci esiste una interrelazione – che ovviamente e come sempre non può che essere dialettica unità di opposti – tra l’aspetto politico e l’aspetto militare:
«le crisi rivoluzionarie si dirigono verso la rivoluzione o la controrivoluzione sul piano politico-militare, il punto più alto delle relazioni di forza […] anche se le crisi si risolvono sul piano politico-militare, il momento più importante é quello dell’egemonia».
Prima di tutto, quindi, la premura dei comunisti deve essere quella di armarsi collettivamente di idee poiché senza solide barricate di idee qualsiasi barricata di fuoco, prima o poi, viene travolta dalle manipolazioni, mediatiche prima, e nel caso, militari poi, del nemico di classe. Senza lanciare, raccogliere e condurre la battaglia delle idee tra le masse, i comunisti non hanno ragione di esistere, senza l’attività della lotta ideologica tra loro, ugualmente.
Questi sono elementi discriminanti tra i comunisti e coloro che hanno altre posture ideologiche.
2. Etica comunista.
Non è assolutamente vero che i comunisti sono contro i principi etici, tutt’altro. L’Etica comunista è qualcosa che va ben oltre la banalizzazione moralistica e bigotta dell’ideologia borghese; l’esperienza e lo sviluppo delle rivoluzioni socialiste in corso in Americalatina, ci insegnano che non è possibile costruire un percorso rivoluzionario senza principi etici. La concezione razionalistica eurocentrica e ‘occidentalistica’ ha prodotto danni non indifferenti nel movimento comunista, riducendo spesso l’essere umano ad un soggetto organizzato intellettualisticamente, come se la sfera della mente dovesse inevitabilmente schiacciare e subordinare tutte le espressioni dell’essere umano, riproducendo, in questo maniera, i ‘modus operandi’ delle classi opprimenti.
Quando si parla di rottura e discontinuità con le modalità precedenti che hanno caratterizzato i ‘partiti comunisti’ che sono parlamentaristicamente spariti nell’attuale legislatura italiana, dobbiamo tenere presente proprio questi aspetti; il mondo dell’arte e della cultura sono concepiti come orpelli formalistici e massmediatici, le ‘feste’ che sono da somministrare alle masse congiuntamente alla ‘farina’ e alle ‘forche’; anche in questo è necessario dimostrare discontinuità.
La cultura à l’arte devono essere concepiti dai comunisti per il ruolo che a loro funzionalmente spetta, vale a dire come veri e propri momenti di liberazione della creatività dell’essere umano che insieme – e non contro o in alternativa – ai propri simili valorizzano ed elevano la qualità della vita.
3. Il Partito si costruisce nel fuoco della lotta.
Gramsci ragionava di connessione sentimentale con le masse, non basta infatti stare con le masse, come si sta generalmente in un autobus nell’ora di punta nelle metropoli occidentali, ma è necessario imparare da loro se a loro si vuole proporre una direzione, questo lo si può fare solo nella misura in cui sono loro a riconoscere la propria avanguardia politica e quindi l’autorevolezza di tale avanguardia.
Di conseguenza, è ineludibile, di qualsiasi intellettualizzazione, che i comunisti dimostrino nella pratica, una sensibilità umana, una considerazione genuina nei confronti del prossimo, che, in quanto essere umano è principalmente fine dell’attività politica e non mero oggetto da manipolare. Fare diversamente significherebbe riprodurre il sistema di dominio ed oppressione che caratterizza la nostra epoca.
4. Aumentare le capacità di ascolto.
La caratteristica empatica per eccellenza è l’amplificazione delle proprie capacità di ascolto delle modalità espressive dei propri simili, dei propri compagni come di qualsiasi essere umano con il quale ci relazioniamo. Per fare questo è importare coltivare l’umiltà, rifiutare l’arroganza, la presunzione, gli atteggiamenti rozzi ed irrispettosi della dignità altrui. I comunisti stanno con le masse, ma non sono le masse, nella misura in cui queste ultime riproducono attitudini e comportamenti che vanno contro interessi di classe propri.
Lottare contro i vecchi costumi e le vecchie abitudini, denunciarli prontamente, senza riserve e pacatamente come attitudini che non hanno nulla di rivoluzionario, e men che meno di comunista, deve essere premura di tutti i compagni e assolutamente da non tollerare. Con quale coerenza e credibilità possiamo arrogarci il diritto di criticare un sistema sociale economico e politico se non siamo capaci di attivare la pratica della critica tra comunisti in maniera corretta? Con quale credibilità possiamo dispiegare una seria e credibile critica e, ancora prima, autocritica se non dispieghiamo la pratica del dubbio? Dubbio, autocritica e critica, cronologicamente e logicamente devono rispettare un proprio ordine: prima di tutto il dubbio.
5. Valorizzare gli elementi di genere, di classe e generazionali.
È possibile pensare di costruire un percorso di costruzione di un autentico e coerente partito rivoluzionario, quindi conseguentemente comunista, senza alimentare il protagonismo e la partecipazione democratica delle larghe masse e senza nutrirsi di esso? È possibile pensare di costruire un partito senza il protagonismo partecipativo della gioventù, a cominciare da quella anagrafica che ruota tra i 20/30 anni e che in questa età non si esprima il protagonismo operaio e femminile? Ovviamente no.
Tutte le forze dei comunisti devono tendere a connettere prioritariamente relazioni osmotiche con coloro che per età, appartenenza di genere e di classe rappresentano il motore propulsivo di qualsivoglia trasformazione in senso socialista: operai, donne e giovani. Un partito che si caratterizzi, si distingua, si qualifichi con una alto protagonismo giovanile, operaio e femminile, armato dei principi e dell’ideologia rivoluzionaria del marxismo e del leninismo è un partito destinato ad avere esito.
6. Connessione delle lotte e strumenti di diffusione di massa.
Favorire la connessione tra le diverse realtà sociali in lotta al fine di costruire il tanto evocato blocco storico non può non essere compito dei comunisti. Gli elementi avanzati delle masse, così come chi si propongono in quanto avanguardia – poiché tali sono i comunisti altrimenti non sono – si relazionano, e solo possono relazionarsi in maniera reciprocamente maieutica, con la molteplicità propria delle masse, favorendo e appoggiando incondizionatamente le loro lotte, dando loro la possibilità di imparare dai propri errori, evitando atteggiamenti che riproducono la logica depositaria, illudendosi di poter trasmettere il sapere come se fosse un deposito bancario – proprio della logica sistemica del capitale – che passa sterilmente inculcandosi di testa in testa.
La cultura problematizzante è propria dei comunisti, lo stimolo alla amplificazione dei temi generatori nelle discussioni, favorendo momenti di circolarità ricorsiva propria della spirale dialettica, a partire da una prossemica nelle riunioni dei comitati, dei gruppi di confronto che sia il più possibile non gerarchizzante, per evitare di riprodurre il modello frontale e formalistico delle conferenze o simili a cui ci hanno abituato le pratiche rigide e vacue dei protocolli propri della borghesia, atti a frenare qualsiasi espressività genuina.
Non è così che si trasforma il mondo, poiché queste sono le modalità proprie del capitalismo e del suo sistema necrofilo di oppressione. Connettere le lotte, ricondurle alla sintesi unitaria, non attraverso, semplicisticamente, l’ottica di chi si pone l’obiettivo di connetterne le esperienza, ma favorendo la realtà dinamica e le potenzialità messe in campo dai protagonisti stessi delle lotte, siano essi operai, casalinghe, disoccupati, pensionati, studenti.
Nel perseguimento di questi obiettivi è utile e necessario valorizzare tutti gli strumenti ed i media possibili e inventabili, siano essi i comizi volanti nelle piazze, nei pressi delle scuole, fuori alle fabbriche e luoghi di ritrovo popolare, stabilire luoghi fissi dove dare vita alla filosofia della prassi, cioè dove sia possibile realizzare l’osmosi avanguardia/masse, come Case del Popolo e Centri Sociali di quartiere, ma ovviamente, anche, volantini, fogli di connessione delle lotte e i più avanzati strumenti informatici.
7. I comunisti di fronte alla guerra
«La nostra attitudine davanti alla guerra é distinta dai pacifisti borghesi: comprendiamo i legami che uniscono la guerra con la lotta di classe, e comprendiamo che non si può sopprimere la guerra senza sopprimere prima le classi ed instaurare il socialismo», sosteneva Lenin, non a torto, e sempre non a torto evidenziava che «se la guerra attuale suscita fra i socialisti cristiani reazionari, fra i piccoli borghesi piagnucoloni, soltanto l’orrore e lo spavento, soltanto l’avversione per ogni uso delle armi, per il sangue, per la morte, ecc., noi dobbiamo dire: la società capitalista è sempre stata ed è, sempre, un orrore senza fine. E se oggi la guerra, la più reazionaria di tutte le guerre, prepara a questa società una fine piena d’orrori, noi non abbiamo alcuna ragione di cadere in preda alla disperazione. Infatti, oggettivamente, che cosa è, se non una manifestazione di disperazione, questa rivendicazione del disarmo, o più esattamente: questo sogno di disarmo, in un’epoca in cui, sotto gli occhi di tutti, colle forze della stessa borghesia, si prepara la sola guerra che sia legittima e rivoluzionaria, la guerra civile contro la borghesia imperialista?».
Agire localmente, pensare globalmente, si diceva qualche tempo fa, slogan partito dal ventre del mostro imperialista, come il “Che” definiva gli USA, think globally, act locally, che cosa è questo se non il principio fondamentale di una conseguente visione internazionalista proletaria? I livelli del conflitto a livello internazionale crescono, la crisi strutturale del sistema capitalistico si fa sempre più evidente e stridente con tutto il suo carico di tragedie, guerre ed orrori di fronte ai quali coloro riescono a conservare una lucidità di analisi – in tutta evidenza – non hanno tempo di cadere in depressione e rifugiarsi nelle caduche e meschine certezze del proprio illusorio metro quadro, anch’esso in disfacimento.
Non c’è alcuna salvifica possibilità al di là della collettività della lotta, dell’unità della lotta. Questo è il fondamentale messaggio base che bisogna veicolare, far circolare, attraverso l’esempio, la determinazione, la contundenza, la coerenza ed il coraggio del proprio agire individuale e collettivo. Le avanguardie non sono coloro che spingono gli altri con le parole, ma color che li trascinano con l’esempio.
8. L’importanza imprescindibile della filosofia e della pedagogia.
Tutti gli esseri umani sono filosofi, più o meno validi, tutti gli esseri umani sono pedagoghi, più o meno capaci, tutti gli esseri umani sono politici, più sono politici e più sono umani ed umanizzanti.
La lotta per trasformare in meglio il mondo in cui viviamo e trasformare in contemporanea noi stessi è la lotta contro le tendenze anti-sociali; il socialismo ha come base il processo di socializzazione dei mezzi di produzione, il processo di ampliamento della proprietà sociale dei mezzi di produzione, lo stabilire la sua superiorità rispetto alle forme non sociali di proprietà e di produzione materiale o immateriale – ma sempre concrete – in una attività che non può essere solipsistica. Ma non può essere solo questa. La battaglia culturale è a tutti gli effetti una battaglia di liberazione delle potenzialità del genere umano e, al contempo, è alimento dello spirito per portare avanti e nutrire la più complessiva guerra di classe.
Armarsi di idee deve essere la preoccupazione fondamentale di ogni comunista e seminare idee la propria attività, le idee non vivono nell’iperuranio astratto delle elucubrazioni di pochi ma alimentandosi nelle contraddizioni della vita di tutti; tale attività ha come suo centro il conflitto tra borghesia imperialista e classe operaia, in quanto contraddizione fondamentale, non perdendo di vista la attuale contraddizione principale tra borghesia imperialista e popoli oppressi e tenendo sempre presente la attuale contraddizione secondaria tra i distinti imperialismi.
9. Cos’è il comunismo?
E’ importante che ogni compagno cerchi di ricavarsi i propri tempi di studio, di riflessione, per meditare e ampliare temi di riflessione filosofica e sviluppare autonomamente i propri temi generatori compartendoli. Un punto di partenza può essere chiedersi cosa sia il comunismo, o forse meglio, cosa può essere, e quale tentativo di definizione possiamo abbozzargli.
Per concludere queste riflessioni potrebbe essere interessante partire dalla definizione di Franco Fortini:
«Il combattimento per il comunismo è il comunismo. È la possibilità che il maggior numero possibile di esseri umani viva in una contraddizione diversa da quella odierna. Unico progresso, ma reale, sarà un luogo di contraddizione più alto e visibile, capace di promuovere i poteri e le qualità di ogni singola esistenza. Riconoscere e promuovere la lotta delle classi è condizione perché ogni singola vittoria tenda ad estinguere quello scontro nella sua forma presente e apra altro fronte, di altra lotta, rifiutando ogni favola di progresso lineare e senza conflitti.
Meno consapevole di sé quanto più lacerante e reale, il conflitto è fra classi di individui dotati di diseguali gradi e facoltà di gestione della propria vita. Oppressori e sfruttatori con la non – libertà di altri uomini si pagano quella, ingannevole, di scegliere e regolare la propria individuale esistenza. Il confine di tale loro “libertà” non lo vivono essi come confine della condizione umana, ma come un nero Nulla divoratore. Per rimuoverlo gli sacrificano quote sempre maggiori di libertà, cioè di vita, altrui; e, indirettamente, della propria. Oppressi e sfruttati, vivono inguaribilità e miseria di una vita incontrollabile, dissolta in insensatezza e non-libertà. Né questi sono migliori di quelli, finché si ingannano con la speranza di trasformarsi in oppressori e sfruttatori. Migliori cominciano ad esserlo invece da quando assumono la via della lotta per il comunismo; che comporta durezza ed odio per tutto quel che, dentro e fuori degli individui, si oppone alla gestione sovraindividuale delle esistenze; e flessibilità ed amore per tutto quel che la promuove e la fa fiorire.
Il comunismo in cammino [altro non esiste] è dunque un percorso che passa anche attraverso errori e violenze, tanto più avvertite come intollerabili, quanto più chiara sia la consapevolezza di che cosa siano gli altri, di che cosa noi si sia e di quanta parte di noi costituisca anche gli altri. Comporterà che uomini siano usati come mezzi per un fine che nulla garantisce invece che, come oggi avviene, per un fine che non è mai la loro vita. Ma chi sia dalla lotta costretto ad usarli come mezzi, mai potrà concedersi buona coscienza o scarico di responsabilità sulla necessità e la storia. Dovrà evitare l’errore, angelistico, di un perfezionamento illimitato; ossia di credere che l’uomo possa uscire dai propri limiti biologici e temporali. Con le manipolazioni più diverse, quell’errore ha già prodotto e può produrre dei sottouomini o dei sovrauomini; ossia questi su quelli. Comunismo è rifiutare ogni specie di mutamenti per preservare la capacità di riconoscerci nei passati e nei venturi.
Il comunismo in cammino adempie l’unità tendenziale tanto di uguaglianza e fraternità, quanto di sapere scientifico e di sapienza etico – religiosa. La gestione individuale, di gruppo e internazionale dell’esistenza [con i nessi insuperabili di libertà e necessità, di certezza e rischio] implica la conoscenza dei limiti della specie umana e della sua infermità radicale [anche nel senso leopardiano], specie che si definisce dalla capacità di conoscere e dirigere se stessa e avere pietà di sé. Il comunismo è il processo materiale che vuol rendere sensibile e intellettuale la materialità delle cose dette spirituali».
Qualunque definizione vogliano proporre per il comunismo, esso non può prescindere dalla costruzione della struttura soggettiva organizzata, quella che chiamiamo Partito, Partito comunista, perché l’obiettivo alto, umano e spirituale e materiale è la liberazione delle potenzialità molteplici e complessive del genere umano, della edificazione di una nuova e diversa relazionabilità, abolendo lo sfruttamento degli esseri umani, tra loro e con la natura.
Il Partito comunista, e in ultima analisi, ha come fine supremo la realizzazione delle felicità del genere umano, non può che essere, dunque, che il Partito della felicità.







1. Per aprire il sentiero
Il certamente lungo e tortuoso percorso dell’unità dei comunisti per la costruzione del partito in Italia deve segnare una netta discontinuità con le concezioni, i contenuti, i metodi e i gruppi dirigenti che hanno contrassegnato le recenti forme organizzate del comunismo in Italia.
In breve, ciò che ci proponiamo di costruire e di cui c’è oggettivamente bisogno, non può essere semplicemente un soggetto anticapitalista o di sinistra, ma deve prendere forma a partire da una identità non equivocabile, quella comunista, che in Italia e nel mondo ha rappresentato, rappresenta e rappresenterà le istanze di liberazione ed emancipazione dei lavoratori, degli oppressi, degli sfruttati; con il contributo di tutti i compagni che vi parteciperanno e a cui proponiamo questo documento come punto di partenza di un confronto denso, senza sconti, irriverente nella discussione e leale nell’azione, affinché possa colmare le lacune di metodo e di merito accumulate in decenni.
Di seguito quelle che riteniamo debbano essere le discriminanti su cui poggia un progetto così ambizioso eppur concreto e, mai quanto adesso, possibile e necessario.
Per noi il nuovo soggetto politico:
1. non deve avere connotazioni ed inquinamenti riformisti e gradualisti;
2. deve esplicitamente e coerentemente essere contrario ad ogni impostazione interclassista, ma deve consapevolmente sforzarsi di essere espressione organica e coerente della classe operaia;
3. deve concepire e praticare la politica delle alleanze non in forma compromissoria e, tanto meno, all’interno di rapporti istituzionali o tra gruppi dirigenti, ma nella società e sul proprio programma politico, come forma di egemonia sulle altre classi subalterne, ossia raggiungere l’obiettivo strategico del famoso “blocco sociale anticapitalista”;
4. deve essere orientato nelle sue analisi e nella sua azione dalla concezione e dal metodo del materialismo storico e dialettico e dagli insegnamenti storici del pensiero comunista, non scadendo né in rappresentazioni dogmatiche e fideistiche né in tentativi di revisionismo, nuovismo e trasformismo che tanto hanno caratterizzato, indubbiamente, il tardo PCI così come il PRC ed il PdCI;
5. deve essere politico, non dogmatico, essere quindi propositivo su obiettivi, percorsi e metodi concreti e praticabili, e non può limitarsi a salmodiare formule e rimedi astratti; deve sforzarsi di essere e vivere all’interno della classe, di rappresentarne il suo reparto cosciente organizzato di avanguardia e da essa deve selezionare e formare i propri gruppi dirigenti rifuggendo dalla tentazione di affidare prevalentemente o permanentemente responsabilità di direzione ad una pletora di intellettuali provenienti dalla piccola borghesia;
6. deve essere improntato alla partecipazione democratica e creativa di tutti i comunisti che debbono poter contribuire alla sintesi comune, rigettando i metodi di direzione burocratica e decisionista che espropriano i militanti della possibilità di partecipare con la propria intelligenza alla elaborazione e alle decisioni.
2. I lunghi tempi, le complessità e le difficoltà del processo costituente.
I partiti comunisti non si proclamano, tanto meno a tavolino per le alchimie politiciste di individui malati di presuntuoso soggettivismo: si costruiscono nel tempo, all’interno della classe operaia e delle sue lotte, su percorsi politici orientati dall’uso corretto delle categorie e dei metodi marxisti. Il percorso della costituente comunista sarà, quindi, inevitabilmente lungo e difficile, non rettilineo, irto di problemi e di contraddizioni, sarà fatto di vittorie ma anche di sconfitte, di avanzamenti e di ripiegamenti, metterà a dura prova la caparbia ostinazione dei militanti che, dal superamento delle innumerevoli difficoltà, trarranno la capacità e la possibilità della fondazione del partito rivoluzionario.
Ma, assolutamente dirimente per l’avvio di questo percorso è ribadire che oggetto e scopo della costituente è esclusivamente l’unità dei comunisti e non della “sinistra” più o meno “anticapitalista” o “antagonista”. È ora di rompere definitivamente e con la massima decisione con l’equivoco e con l’errore che hanno contribuito non poco ad appannare prima e a smarrire poi l’identità dei comunisti. Frutto di fragilità teorica e di un equivoco politico, figlio della deriva interclassista e dell’emergenzialismo permanente contro le “destre”, enfatizzato dall’ansia di accreditarsi presso le classi dirigenti per avvicinarsi all’area di governo, definitivamente legittimato per giustificare la voglia di potere attraverso la partecipazione alla gestione delle istituzioni ad ogni livello, questo errore ha sacrificato in un lunghissimo arco di tempo pezzi sempre più numerosi e più importanti della identità comunista.
L’unità dei comunisti, dunque: punto e basta. L’unità della sinistra è altra cosa, diversa e subordinata, a latere e che deve poter corrispondere a criteri, esigenze e categorie molto diverse e che mai può interferire o condizionare il percorso di ricostruzione dell’unità dei comunisti.
3. Lotta politica, lotta economica e lotta ideologica.
Il ritorno ad una conoscenza non dogmatica né approssimativa della teoria non è soltanto irrinunciabile per definire chi unire e perché, ma è fondamentale per recuperare una capacità di analisi, di interpretazione del nostro tempo e di individuazione delle linee politiche da strutturare e mettere in atto, di proposte concrete – credibili e praticabili – da portare alla classe e alle masse popolari per riconquistarne e mantenerne stabilmente la fiducia. Senza questa capacità di proposizione che offra una prospettiva concreta ai bisogni e alle speranze delle classi subalterne, ogni ritorno alle masse diventa mera finzione, è nient’altro che codismo nei confronti dei cosiddetti “movimenti”.
Un comunista che non sia e non si ponga concretamente nella prospettiva di essere punto di riferimento di masse in lotta è un pagliaccio che confonde le proprie intenzioni con la realtà e i suoi buoni sentimenti con la rivoluzione. Ma, attenzione: non si tratta di “costruire un rapporto organizzato con la classe”, si tratta piuttosto di creare le condizioni perché la classe, organizzandosi, formi il partito comunista come suo reparto organizzato e d’avanguardia.
Tuttavia questo non deve creare un pericolosissimo equivoco: il partito comunista ha come compito esclusivo di guidare la classe operaia alla conquista del potere e di creare, quindi, le condizioni più favorevoli al salto rivoluzionario: soltanto le lotte – anche se parziali e settoriali – che hanno questa finalizzazione, cioè la lotta politica, sono oggetto del suo intervento diretto; le altre – quelle economiche, di “resistenza” e contrasto o su terreni secondari, per intenderci quelle sindacali – devono essere da esso dirette soltanto indirettamente e in due modi:
1. sulla base della sua linea politica che orienta anche quelle lotte;
2. attraverso i suoi militanti – definibili dirigenti di massa nella misura in cui interpretano la linea politica generale e riescono a tradurla in obiettivi rivendicativi e di lotte parziali ad essa conformi e funzionali – che vivono la propria militanza ed esercitano la loro funzione dirigente sulla base della fiducia negli organismi di lotta di cui la classe autorganizzandosi si dota.
Questa differenziazione è fondamentale sia per definire il tipo di partito che si vuole giungere a costruire, sia per evitare di ricadere in errori e deviazioni che snaturano la natura politica del partito e lo degradano a luogo e strumento del rivendicazionismo derivante dalle esigenze più diverse, anche di quelle estremamente lontane dagli obiettivi politici della classe operaia. L’interclassismo può essere, ugualmente, strumento propiziatorio di questa degenerazione o la sua risultante.
Se, però, il partito non si occupa direttamente delle questioni e delle lotte che non abbiano una valenza immediatamente politica come fa a vivere nella classe, nelle sue lotte, e a trarne gli elementi migliori? Ha bisogno, evidentemente, di luoghi diversi e di modi specifici, vale a dire degli organismi di autorganizzazione delle masse per la loro lotta economica nei più diversi ambiti. Naturalmente, poiché questa epoca storica è caratterizzata da una contraddizione fondamentale – quella tra capitale e lavoro, tra la produzione sociale della ricchezza e la sua appropriazione privata – i comunisti debbono prestare la massima attenzione anche all’organizzazione della lotta economica della classe, ed ecco perché la costituente comunista ha bisogno di un percorso parallelo e complementare al suo fianco: la costituente sindacale. Soprattutto in questo momento politico e nella realtà desertificata da cui dobbiamo ripartire per ricostruire nei contenuti e nella forma l’organizzazione della classe, sarebbe impossibile e idealistico pensare di poter avanzare sul percorso principale – quello politico – senza il supporto e l’ancoraggio di quello secondario – il sindacato – legato ai bisogni immediati e, quindi, alla sensibilità e al livello di coscienza attuale della classe, senza quello straordinario laboratorio e insostituibile scuola di massa al comunismo che sono le lotte sindacali. Tutte le esperienze, anche più recenti, che hanno pensato di poter prescindere dalla formazione, in parallelo, del sindacato unitario di classe, hanno miseramente fallito.
Il sindacato non è per sua natura strumento rivoluzionario della classe e ha rappresentato non di rado nell’esperienza storica, anzi, un elemento di freno e di contrasto alla lotta politica del proletariato. Nondimeno esso è strumento insostituibile della lotta economica, l’unico in grado di contrastare validamente il capitale sul mercato per strappare migliori condizioni di vendita della forza-lavoro.
Per quanto concerne la lotta ideologica, intesa come lettura critica dell’esperienza storica e ricerca teorica come gramsciana filosofia della prassi. Quello che possiamo mettere in campo non è affatto poco, né di poco conto: abbiamo i migliori intellettuali marxisti, abbiamo case editrici, centri e circoli culturali, riviste e siti web, abbiamo relazioni internazionali interessantissime. Possiamo, allora, ricostruire un tessuto di strumenti e di iniziative, un circuito culturale stabile che sia il frutto di una volontà schietta, di una sinergia sincera tra tutti coloro che lealmente e disinteressatamente vogliono contribuirvi facendo confluire in questo progetto le tante risorse.
Ecco, dunque, il progetto complessivo:
1. la costituente comunista, proiettata verso la costruzione del partito;
2. la costituente sindacale, impegnata a ridar vita al sindacato unitario di classe;
3. il circuito culturale per formare una intera nuova generazione di comunisti, capace di assicurare ad essi l’egemonia e guidare quei due percorsi paralleli consentendo di avere un saldo orientamento per il futuro.
La lotta economica non può separarsi dalla lotta politica, né l’una né l’altra possono essere separate dalla lotta ideologica.
Napoli, 5 luglio 2008
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Cari compagni,
l’appello per la “costituente comunista”, ideato per pilotare dopo le elezioni un diverso dislocamento di dirigenti e
militanti, ha favorito l’incontro tra compagni e ha stimolato la loro coscienza verso obbiettivi e su percorsi molto
diversi e verso ben altri orizzonti.
Oggi in tutta Italia si tengono incontri, riunioni, assemblee di comunisti – indifferentemente senza partito, ancora
organizzati nei partiti numericamente più consistenti o in quelli più piccoli – con lo scopo di avviare, insieme, il lungo
processo di ricostruzione di un partito comunista che, facendo tesoro delle esperienze di questi anni, superando
lacerazioni e divisioni, cancellando preclusioni e settarismi, segni una completa discontinuità con tutto ciò che – nel
merito, nel metodo e nei gruppi dirigenti – ha portato a questa ennesima e disastrosa sconfitta.
La battaglia congressuale che state sostenendo può rivestire una grande importanza per il futuro del comunismo in
Italia. Ad essa guardiamo con interesse e ci auguriamo che possa riportare il successo necessario sulle diverse forme
di opportunismo che hanno portato al degrado prima e alla sconfitta poi. Occorre sgominare definitivamente i gruppi
dirigenti responsabili anche del disastro elettorale e che sono ancora ben decisi a continuare pervicacemente nella
deriva anticomunista e governista, subalterna al PD e nella prospettiva dichiarata di unità con SD.
D’altro canto, come era naturale attendersi, molti altri dirigenti – pienamente corresponsabili delle scelte di questi anni – pensano di poter agilmente saltar giù dal carro degli sconfitti e riciclarsi. La maggior parte di noi proviene da quelle centinaia di migliaia di comunisti che avevano investito le loro speranze e i propri sforzi in uno dei due partiti oggi rimasti privi di rappresentanza parlamentare. Abbiamo militato a lungo al vostro fianco e abbiamo sostenuto le vostre stesse battaglie. Ma, alla fine, ce ne siamo allontanati avendo maturato la convinzione che l’esperienza della “rifondazione” – e, dunque, sia del PRC che del PdCI – fosse inadeguata già all’origine e che, quindi, non fosse possibile contrastare l’opportunismo dilagante e arginare il degrado, ma fosse necessario creare condizioni nuove per avviare un percorso di ricostruzione del Partito comunista in Italia.
Il risultato delle elezioni ha provocato delusione e rabbia nei comunisti che hanno visto in quel disastro il punto di
approdo della sciagurata politica di questi anni. In molti, allora, abbiamo pensato che fosse giunto il momento e che ci
fossero le condizioni per riprendere, insieme, un percorso di unità per la costruzione del nostro partito, il partito della
classe operaia.
Su questo obbiettivo di lungo periodo che riteniamo sia comune, pensiamo che sarebbe sciocco e autolesionista
arroccarsi in arbitrari settarismi di bandiera o avventurarsi in controproducenti tentativi di strumentalizzazione:
auspichiamo quindi che possiate riportare nei vostri congressi il successo per cui vi state battendo contro
l’anticomunismo e le diverse forme di opportunismo e che concludiate i vostri lavori con una esplicita apertura – nella
linea come nelle strutture organizzative e dirigenti – al confronto, alla collaborazione e all’integrazione con le migliaia
e migliaia di comunisti che vogliono, senza discriminazioni e ipoteche aprioristiche da parte di nessuno, contribuire
insieme alla costruzione di un autentico e conseguente partito rivoluzionario.
Compagni del Cantiere per la Costituente Comunista in Campania
4 Luglio 2008
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Costituente comunista: un’ipotesi.
“Sappiamo che la lotta del proletariato contro il capitalismo si sviluppa in tre parti: l’economico, il politico e l’ideologico. La lotta economica consta di tre fasi: la resistenza contro il capitalismo, questa è la fase sindacale elementare, dell’offensiva contro il capitalismo per il controllo operaio della produzione; della lotta per l’eliminazione del capitalismo attraverso la socializzazione.
Anche la lotta politica ha tre fasi principali: la lotta per contenere il potere della borghesia nello stato parlamentare, cioè, per mantenere o creare una situazione democratica di equilibrio fra le classi che permetta al proletariato di organizzarsi e svilupparsi; la lotta per la conquista del potere e per la creazione dello Stato operaio, cioè, una azione politica complessa attraverso la quale il proletariato mobilita intorno a se tutte le forze sociali anticapitaliste (in primo luogo la classe contadina), e le conduce alla vittoria; fase della dittatura del proletariato organizzato in classe dominante per eliminare tutti gli ostacoli tecnici e sociali che si interpongono alla realizzazione del comunismo.
La lotta economica non può separarsi dalla lotta politica, né l’una né l’altra possono essere separate dalla lotta ideologica”.
Antonio Gramsci
L’appello per la costituente comunista fatto circolare prima delle elezioni per la sottoscrizione da parte di promotori “palesi” (quelli reali hanno, anche dopo, preferito restare occulti, almeno alla massa di coloro a cui era indirizzato e a cui si è chiesto di sottoscriverlo), aveva dichiaratamente – almeno all’origine, e successivamente solo in parte – lo scopo di ridar fiato e rilanciare in qualche modo un’idea residuale e conservatrice di comunismo organizzato rappresentato da alcune aree interne al PRC e al PdCI in contrapposizione resistenziale alla deriva unitaria con il riformismo rappresentato dalla scelta elettoralistica della “Sinistra Arcobaleno”.
In esso, però, era insita una pur tenue possibilità di andare oltre questo angusto orizzonte e rappresentava, comunque, l’unico elemento di un qualche rilievo che avrebbe potuto iniziare a smuovere le acque stagnanti e limacciose in cui il comunismo era finito. Segno tangibile di questa speranza era la sottoscrizione dell’appello – nonostante i suoi evidenti limiti – da parte di intellettuali e militanti comunisti, certamente non influenzati dai due partiti e che nell’appello avevano intravisto una possibilità di apertura di un nuovo confronto.
La sconfitta alle elezioni era ampiamente prevista (e, perfino, silenziosamente auspicata) dagli estensori dell’appello che, addirittura, nella sua prima stesura – circolata due o tre settimane prima del 13 aprile – si apriva con una valutazione del risultato negativo delle elezioni, e da essa venivano tratte le motivazioni della “costituente” comunista. Questa, dunque, veniva legata ad un evento contingente, era del tutto svincolata dalle vere cause dell’involuzione e del decadimento, di fatto connotata soprattutto come resa dei conti tra gruppi dirigenti.
Il fatto “nuovo”, inaspettato, che ha scompaginato i disegni della vigilia è stata la dimensione del disastro elettorale che ha disorientato molti e indotto altri a sfilarsi dal progetto. Ma se la sfiducia delle masse chiudeva, attraverso il voto, la partita con tutti i gruppi dirigenti residuali dei due partiti “comunisti” e travolgeva, quindi, anche le improbabili architetture politiciste e organizzativiste di alcuni di loro, questo stesso dato di fatto, nella sua crudezza, veniva percepito come il punto di approdo finale della deriva negativa del comunismo in Italia, e, dunque, come punto possibile di ripartenza su percorsi ben diversi da quelli praticati dalle consorterie di maggioranza o proposti dai gruppi dirigenti di minoranza di PdCI e PRC.
È così accaduto che la tenue e fragile possibilità insita nell’adesione all’appello di comunisti “non allineati” abbia guadagnato spazio, credibilità, praticabilità ed è andata ad incontrarsi con la speranza e il desiderio di tantissimi altri comunisti – per lo più ormai non iscritti, ma anche di moltissimi militanti dei due partiti – che, raggiunto il fondo, hanno iniziato a vedere nella costituente comunista l’unica prospettiva di rinascenza.
Ha avuto così inizio – su basi necessariamente locali, ma cui ben presto i collegamenti in rete hanno cominciato a fornire eco e supporto – un timido e difficile lavorio di contatti, di scambio di idee e di proposte tra compagni, e poi di incontri in cui sono stati confrontati sia gli stati d’animo, sia le ipotesi di fuoriuscita dalla crisi. Esperienze necessariamente ineguali in cui le differenze erano segnate soprattutto dalla composizione dei gruppi che si incontravano, dalle loro esperienze, dalle loro eventuali appartenenze.
Man mano questo fermento ha preso consistenza e, in molti casi, perfino forma: molte le sigle dei raggruppamenti locali; perfino qualche struttura associativa con tanto di statuto e di registrazione. Molte le differenze, ma con un minimo comun denominatore: l’unità dei comunisti (pur se, talvolta, ancora confusa con quella della “sinistra”) nel superamento, in qualche modo, della esperienza responsabile catastrofe.
Non si tratta di una novità in assoluto. Senza tener conto del monito di quei comunisti che, negli anni, abbandonando la inutile militanza nei due partiti, avevano già invitato a muoversi in questa direzione, e non considerando esperienze diverse – di fatto scissioni minoritarie e aggregazioni “di avanguardia” come quelle del PCL, dei CARC, etc., – erano già in campo da molti mesi almeno due iniziative finalizzate sia al superamento dei due partiti comunisti, sia alla realizzazione dell’unità dei comunisti in un nuovo soggetto politico da costruire – per entrambe – in tempi non brevi. Parlo dei percorsi proposti e strutturati dalla Rete dei Comunisti (RdC) attraverso l’Associazione Politica e Classe e dal Coordinamento per l’Unità dei Comunisti (CUC) sfociato più recentemente nel Movimento per la Costituente Comunista. Pur molto attive e con attività spesso apprezzabili, nessuna di queste due iniziative aveva precedentemente raggiunto risultati apprezzabili, né dopo la sconfitta elettorale è riuscita a raccogliere maggioritariamente o, almeno, in maniera significativa quel fermento e quelle speranze che, invece, l’appello – pur con i suoi limiti – ha suscitato.
Il motivo sta, probabilmente, nella concezione e nell’impostazione minoritarie di entrambe queste iniziative, percepite non ingiustamente come inadeguate e gruppettare. Questa sensazione è rimasta, confermata dalle modalità della loro presenza in questo fermento per la costituente comunista: i compagni che vivono con intensità questa tensione partecipativa alla scoperta di un percorso unitario nella costituente continuano a percepire – probabilmente non a torto – la presenza e, perfino, la collaborazione di queste iniziative già strutturate ed eterodirette come tentativi di sovrapposizione e di “egemonizzazione”, avvertono con fastidio la presenza incombente di gruppi dirigenti altri (ma non necessariamente migliori), ne temono strumentalismi e furberie, verificano che dietro affermazioni magniloquenti o rassicuranti non vi è gran che di nuovo e di utilizzabile, ma soltanto il tentativo di ricondurre alle proprie strategie e percorsi questa grande aspirazione all’unità.
Esiste, quindi, effettivamente una grande confusione sotto il cielo, una inevitabile frammentazione che deve essere superata. È il solito paradosso: nel processo della costituente comunista finalmente apertosi ci sono troppe… costituenti diverse, per di più accanto a quella dei promotori occulti dell’appello – almeno di quelli che non vi hanno rinunciato – e che, sebbene ulteriormente lacerati al proprio interno, pensano di investire la speranza suscitata in tanti compagni dall’idea di costituente nel proprio angusto percorso, nei rispettivi congressi prima e, poi, nelle asfittiche riaggregazioni che ne risulteranno.
In mezzo a tutti i tanti e tanti comunisti che hanno riposto nell’idea e nel percorso della costituente comunista tutto il rinnovato entusiasmo delle loro residue speranze, che non sono più disponibili ad accordare la propria fiducia a gruppi dirigenti – vecchi e nuovi – precostituiti e autolegittimati, che vogliono “esserci” e “contare”, che sono l’unica vera forza reale del potenziale processo costituente, realtà numerosa ma frantumata e, dunque, fragile e ancora poco incisiva.
Il rischio evidente è che le poche realtà minimamente organizzate, piuttosto che mettere la loro maggior forza e la propria lungimiranza a disposizione del processo costituente di tutti, siano ancora prigioniere del minoritarismo e del soggettivismo gruppettaro e tentino – in concorrenza tra loro o, più in là, anche con accordi perversi – di piegare alla loro “egemonia” il percorso. In tal caso la statura culturale e politica da loro fin qui dimostrata non lascia presagire nulla di buono. Poco importa a costoro che, al di sopra di tutti, ci sono i gruppi dirigenti delle diverse “aree” dei due partiti, il più delle volte dichiaratamente ostili a qualsiasi tipo di costituente per evidenti motivi di autoconservazione, ma pronti a raccattare sciacallescamente le eventuali rinnovate delusioni dei militanti facendo leva sui residui brandelli di organizzazione che ancora manovrano, sulla forza dell’abitudine, sulla rassegnazione.
Queste le maggiori e più acute contraddizioni che sono presenti oggi nel processo costituente e a cui i comunisti debbono opporre molto di più che speranze ed entusiasmo.
È indispensabile e urgente, allora, individuare alcuni elementi discriminanti che valgano a chiarire i termini essenziali del percorso e, almeno, a limitare i condizionamenti, i manovrismi e gli strumentalismi inevitabilmente presenti.
Proviamo a individuarli, in un ordine logico, non necessariamente di priorità.
* * *
La costituente deve segnare una netta discontinuità con le concezioni, i contenuti, i metodi e i gruppi dirigenti che hanno contrassegnato le recenti forme organizzate del comunismo in Italia.
In breve non può essere semplicemente anticapitalista, ma comunista, dunque:
1. non deve avere connotazioni e inquinamenti riformisti e gradualisti;
2. deve esplicitamente e coerentemente essere contrario ad ogni impostazione interclassista, ma deve consapevolmente sforzarsi di essere espressione organica e coerente della classe operaia;
3. deve concepire e praticare la politica delle alleanze non in forma compromissoria e, tanto meno, all’interno di rapporti istituzionali o tra gruppi dirigenti, ma nella società e sul proprio programma politico, come forma dell’egemonia sulle altre classi subalterne (il famoso “blocco sociale antagonista”!);
4. deve essere orientato nelle sue analisi e nella sua azione dalla teoria del comunismo rivoluzionario, non dalle sue rappresentazioni dogmatiche o revisioniste, tanto meno dal nuovismo becero e senza principi;
5. deve essere politico, non ideologico, essere quindi propositivo su obbiettivi percorsi e metodi concreti e praticabili, e non può limitarsi a salmodiare formule e rimedi astratti; deve sforzarsi di essere e vivere all’interno della classe, di rappresentarne il reparto organizzato di avanguardia e da essa deve selezionare e formare i propri gruppi dirigenti rifuggendo dalla tentazione di affidare prevalentemente o permanentemente responsabilità di direzione ad una pletora di intellettuali provenienti dalla piccola borghesia;
6. deve essere improntato alla partecipazione democratica e creativa di tutti i comunisti che debbono poter contribuire alla sintesi comune, rigettando i metodi di direzione burocratica e decisionista che espropriano i militanti della possibilità di partecipare con la propria intelligenza alla elaborazione e alle decisioni.
Queste linee di demarcazione indicano le motivazioni necessarie di discontinuità con i gruppi dirigenti di tutte le organizzazioni che in questi anni hanno preteso di dirigere la lotta dei comunisti condannandoli alla sconfitta o all’impotenza.
La qualità dei gruppi dirigenti è questione decisiva nella formazione di un partito comunista; la loro attuale mancanza è uno dei motivi che assegnano tempi lunghi alla formazione del nuovo partito: occorrerà formarli ex novo traendoli dalla classe operaia e dalle nuove generazioni di militanti.
Questa deve essere la principale preoccupazione nel percorso della costituente comunista e su questo si potranno misurare la buona fede e l’onestà politica e intellettuale anche di coloro che ricoprono ancora incarichi dirigenti nelle diverse formazioni politiche esistenti e che – di certo – non si faranno da parte ad un tratto e volontariamente.
In secondo luogo va rimarcato che nessuno può appropriarsi del processo costituente o pretendere di piantarvi sopra la propria bandiera.
Allo stesso modo la costituente non può consistere ed esaurirsi in accordi tra un po’ di dirigenti ancora vogliosi e, però, timorosi di sparire, con operazioni politiciste di alchimia organizzativistica che si risolverebbero soltanto in una diversa dislocazione di sparuti gruppi di militanti.
La costituente non è, dunque, questione interna ad uno o a entrambi i partiti che si denominano comunisti e, tanto meno, può essere risolta o esaurirsi all’interno dei rispettivi congressi che, al contrario, sarebbe auspicabile che si concludessero in modo “aperto”, come segnale di disponibilità a contribuire – insieme, tra loro e, soprattutto, con la massa dei comunisti non organizzati – alla costruzione nel tempo del Partito, mettendo finalmente da parte interessi personali e di bottega e, con essi, le concezioni e i metodi che hanno portato alla sconfitta.
La costituente viene ad essere così progetto e percorso nuovi, senza scorie e strumentalismi, comuni a tutti i comunisti in cui fa convergere sinergicamente speranze, intelligenze, energie.
Complessità e difficoltà del processo costituente richiedono necessariamente tempi lunghi: i partiti comunisti non si proclamano, tanto meno a tavolino per le alchimie politiciste di individui malati di presuntuoso soggettivismo: si costruiscono nel tempo, all’interno della classe operaia e delle sue lotte, su percorsi politici orientati dall’uso corretto delle categorie e dei metodi marxisti. Il percorso della costituente comunista sarà, quindi, inevitabilmente lungo e difficile, non rettilineo, irto di problemi e di contraddizioni, sarà fatto di vittorie ma anche di sconfitte, di avanzamenti e di ripiegamenti, metterà a dura prova la caparbia ostinazione dei militanti che, dal superamento delle innumerevoli difficoltà, trarranno la capacità e la possibilità della fondazione del partito comunista rivoluzionario.
Ma, assolutamente dirimente per l’avvio di questo percorso è chiarire che oggetto e scopo della costituente è esclusivamente l’unità dei comunisti e non della “sinistra” più o meno “anticapitalista” o “antagonista”. È ora di rompere definitivamente e con la massima decisione con l’equivoco e con l’errore che hanno contribuito non poco ad appannare prima e a smarrire poi l’identità dei comunisti. Frutto di fragilità teorica e di un equivoco politico, figlia della deriva interclassista e dell’emergenzialismo permanente contro le “destre”, enfatizzato dall’ansia di accreditarsi presso le classi dirigenti per avvicinarsi all’area di governo, definitivamente legittimato per giustificare la voglia di potere attraverso la partecipazione alla gestione delle istituzioni ad ogni livello, questo errore ha sacrificato in un lunghissimo arco di tempo pezzi sempre più numerosi e più importanti della identità comunista.
La sciagurata e infame scelta di ammucchiarsi nel corpaccio informe della “Sinistra Arcobaleno” è stato l’approdo inevitabile di questo degrado in cui i comunisti hanno progressivamente tradito se stessi omologandosi ad una “sinistra” composita, trasformista, neppure più anticapitalista. Tornare a marcare questa diversità, proclamare a gran voce la propria identità comunista – e operare conseguentemente – è anche l’unico modo di marcare differenze e distanze con i residui dell’iperopportunismo che ha condotto al disastro attuale e che, non casualmente, continua a confondere comunismo e “sinistra” come fossero categorie equivalenti o intercambiabili, o a riproporre spudoratamente collaborazioni di governo e, addirittura, unioni bastarde con l’opportunismo degli ex comunisti, del PD o della SD e, perfino, con quello “doc” d’annata dei socialisti.
L’unità dei comunisti, dunque: punto e basta. L’unità della sinistra è altra cosa, diversa e subordinata, a latere e che deve poter corrispondere a criteri, esigenze e categorie molto diverse e che mai può interferire o condizionare il percorso di ricostruzione dell’unità dei comunisti.
E questa unità non può che essere perseguita e pazientemente – ma solidamente – ricostruita che sulla base della propria identità teorica, sui principi, sulla concezione del mondo e della storia, sui concetti e sui metodi del materialismo storico e dialettico, senza alcuna “ortodossia” ma nel rigore che l’interpretazione e la trasformazione del nostro tempo esigono, fuori da schemi, modelli e pregiudizi datati, senza scivolamenti verso vaghezze concettuali (come l’“anticapitalismo” generico) e senza concessioni a suggestioni né nuoviste né dogmatiche.
Il ritorno ad una conoscenza non dogmatica o ideologica né approssimativa della teoria non è soltanto irrinunciabile per definire chi unire e perché, ma è fondamentale per recuperare, cioè, una capacità di analisi, di interpretazione del nostro tempo e di individuazione delle linee politiche da strutturare e mettere in atto, proposte concrete – credibili e praticabili – da portare alla classe e alle masse popolari per riconquistarne e mantenerne stabilmente la fiducia. Senza questa capacità di proposizione che offra una prospettiva molto concreta ai bisogni e alle speranze delle classi subalterne, ogni ritorno alle masse – di cui tutti oggi, dopo la sonora sconfitta, si riempiono la bocca – diventa mera finzione, è nient’altro che codismo nei confronti dei cosiddetti “movimenti”.
Questa capacità di proposizione, questa necessità di interpretare i bisogni e la volontà della classe e delle masse incrociandone la loro lotta e ponendosi l’obbiettivo di dirigerla per loro investitura, consente di affiancare al percorso teorico l’altro percorso indispensabile per la costruzione del partito, quello della prassi rivoluzionaria nella classe e alla sua testa. Un comunista che non sia e non si ponga concretamente nella prospettiva di essere dirigente di masse in lotta è un pagliaccio che confonde le proprie intenzioni con la realtà e i suoi buoni sentimenti con la rivoluzione. Ma, attenzione, non si tratta di “costruire un rapporto organizzato con la classe”: si tratta piuttosto di creare le condizioni perché la classe, organizzandosi, formi il partito comunista come suo reparto.
Ma questo non deve creare un pericolosissimo equivoco: il partito comunista ha come suo compito esclusivo di guidare la classe operaia alla conquista del potere e di creare, quindi, le condizioni più favorevoli al salto rivoluzionario: soltanto le lotte – anche se parziali e settoriali – che hanno questa finalizzazione sono oggetto del suo intervento diretto; tutte le altre – quelle economiche, quelle di “resistenza” e di contrasto o su terreni secondari – devono essere da esso dirette soltanto indirettamente e in due modi:
1. sulla base della sua linea politica che orienta anche quelle lotte;
2. attraverso i suoi militanti – definibili dirigenti di massa nella misura in cui interpretano la linea politica generale e riescono a tradurla in obbiettivi rivendicativi e di lotte parziali ad essa conformi e funzionali – che vivono la propria militanza ed esercitano la loro funzione dirigente sulla base della fiducia negli organismi di lotta di cui la classe autoorganizzandosi si dota.
Questa differenziazione è fondamentale sia per definire il tipo di partito che si vuole giungere a costruire, sia per evitare di ricadere in errori e deviazioni che snaturano la natura politica del partito e lo degradano a luogo e strumento del rivendicazionismo derivante dalle esigenze più diverse, anche di quelle estremamente lontane dagli obbiettivi politici della classe operaia. L’interclassismo può essere, ugualmente, strumento propiziatorio di questa degenerazione o la sua risultante.
Se, però, il partito non si occupa direttamente delle questioni e delle lotte che non abbiano una valenza immediatamente politica come fa a vivere nella classe, nelle sue lotte, e a trarne gli elementi migliori? Ha bisogno, evidentemente, di luoghi diversi e di modi specifici, vale a dire degli organismi di autorganizzazione delle masse per la loro lotta economica nei più diversi ambiti. Naturalmente, poiché questa epoca storica è caratterizzata da una contraddizione che domina di gran lunga su tutte le altre – quella tra capitale e lavoro, tra la produzione sociale della ricchezza e la sua appropriazione privata – i comunisti debbono prestare la massima attenzione anche all’organizzazione delle lotte economiche della classe, ed ecco perché la costituente comunista ha bisogno di un percorso parallelo e complementare al suo fianco: la costituente sindacale. Soprattutto in questo momento politico e nella realtà desertificata da cui dobbiamo ripartire per ricostruire nei contenuti e nella forma l’organizzazione della classe, sarebbe impossibile e idealistico pensare di poter avanzare sul percorso principale – quello politico – senza il supporto e l’ancoraggio di quello secondario – il sindacato –, legato ai bisogni immediati e, quindi, alla sensibilità e al livello di coscienza attuale della classe, senza quello straordinario laboratorio e insostituibile scuola di massa al comunismo che sono le lotte sindacali.
Uno degli errori più gravi che Rifondazione commise alle sue origini e che ha poi costantemente e pervicacemente replicato è stato proprio la sua totale estraneità alla questione sindacale, totalmente incompresa e delegata esclusivamente alle improbabili minoranze interne alla CGIL.
Il sindacato non è per sua natura strumento rivoluzionario della classe e ha rappresentato non di rado nell’esperienza storica, anzi, un elemento di freno e di contrasto alla lotta politica del proletariato. Nondimeno esso è strumento insostituibile della lotta economica, l’unico in grado di contrastare validamente il capitale sul mercato per strappare migliori condizioni di vendita della forza-lavoro.
Decisivo è, dunque, il tipo di direzione dell’organizzazione sindacale che i comunisti non possono lasciare, in nome di una fraintesa “autonomia” ad elementi opportunisti. Nella storia recente del sindacato all’unità formale delle tre confederazioni – funzionale e propedeutica all’avvicinamento del PCI all’area di governo – sono stati sacrificati sia gli interessi della classe, sia la sua effettiva unità (gia realizzata nei consigli dei delegati), che l’autonomia della sua politica da quella del capitale. Soprattutto a partire dalla famigerata “svolta dell’EUR” e poi, più recentemente, con il “protocollo di intesa” del 1993 le direzioni confederali – aggiogate al carro di partiti di area governativa – hanno subordinato gli interessi dei lavoratori alle politiche antioperaie e antipopolari dei governi, attraverso la cosiddetta concertazione, in un sistema sostanzialmente neocorporativo.
La risposta spontanea – delle opposizioni interne e dei vari sindacati di base o autorganizzanti – non è riuscita a scalzare il controllo delle burocrazie confederali – che hanno cumulato nelle loro mani troppo potere grazie all’appoggio dello Stato, della controparte e dei partiti – sul mondo del lavoro subordinato che ha visto regredire a livello miserrimo le proprie condizioni di vita e di lavoro e perdere capacità contrattuale. Sfiducia, rassegnazione e bisogno hanno abbassato anche il livello di unità e di coscienza della classe che si vede costretta a scambiare un minimo di tutela con il suo consenso alle confederazioni.
Una svolta e una ripresa si impongono. Ma esse non possono ricalcare percorsi già fatti e sconfitti o dimostratisi incapaci di invertire con decisione questa deriva: non servono – neppure sul terreno sindacale – ipotesi minoritarie e soluzioni organizzativistiche. Non si tratta, allora, né di continuare ottusamente a inseguire le pretese avanguardie di minoranze interne ai sindacati confederali, né di continuare a sperare nel “gran rifiuto” di masse consistenti di iscritti che sceglierebbero di “rafforzane il sindacalismo di base”. Tutto ciò è stato già visto, sperimentato, realizzato per quanto possibile e non ha mutato la realtà. E non si tratta neppure soltanto di esigere più democrazia interna o più radicalità rivendicativa. Si tratta di perseguire con tenacia l’unità dei lavoratori che è possibile soltanto sui bisogni reali e comuni: dunque su piattaforme orientate politicamente e sullo sforzo volto a rimodellare l’organizzazione sindacale sulle forme assunte – nell’epoca della mondializzazione – dal modo di produzione capitalistico e a restituire centralità al lavoro vivo e protagonismo ai lavoratori stessi.
Qualcosa si muove perché la situazione è divenuta insostenibile e le contraddizioni sono diventate molto più acute. Tuttavia le ipotesi in campo sembrano ancora immature, grezze, parziali, ancora legate nelle proposte e nei metodi alla vecchia fase. Non soltanto viene riproposta la falsa alternativa di sempre tra sindacalismo confederale e di base, ma si riaffacciano metodi, percorsi e tentazioni antiche e senza prospettiva. Per un verso si propone di assemblare – con accordi di vertice e con l’esclusione di altri – pezzi minoritari del mondo del lavoro immaginando che in tal modo si costruisca un sindacato che possa essere alternativo a quello confederale; per altro verso si affacciano suggestioni pansindacaliste come tentativo furbesco di evitare i nodi più difficili e complessi del rapporto capitale-lavoro in fabbrica e sul territorio.
Come sul terreno della politica la costituente comunista dovrà affrontare il nodo difficile di quale partito sia oggi necessario alla classe sfuggendo ai formulari e alle facili soluzioni preconfezionate e preconcette, così sul terreno della lotta economica i lavoratori – e non altri! – dovranno decidere di quale tipo di sindacato hanno bisogno e dovranno costruirselo senza la mediazione di improbabili ingegneri politicisti. Sarà preoccupazione e capacità dei comunisti essere dentro questo processo costituente, proporre le soluzioni più opportune, confrontarsi con la massa dei lavoratori e su di esse conquistarne la fiducia.
La costituente comunista e la costituente sindacale sono le due gambe su cui il percorso di recupero di identità e di riorganizzazione della classe operaia può e deve camminare.
Ma perché questo cammino sia il più spedito possibile e capace di superare gli innumerevoli e difficili ostacoli, deve essere orientato: alle due gambe bisogna dare una testa che le guidi.
I comunisti – e, dunque, l’intero movimento operaio – hanno accumulato in molti decenni un ritardo teorico pauroso che è stata concausa del crollo del 1989-’91. Chi ha preteso di dirigere il movimento operaio e comunista dopo quella sconfitta ha sistematicamente e scientemente demolito ciò che ancora resisteva senza trovare alcuna fattiva opposizione o capacità di resistenza e di reazione in chi a parole vi si opponeva e nei fatti vi si faceva complice. Il risultato, in ogni caso, è stato che un patrimonio straordinario di esperienze e di elaborazioni da reinvestire nel presente è stato sperperato. Oggi i comunisti debbono riappropriarsi di questo patrimonio che costituisce la loro unica ricchezza e possibilità per cambiare il futuro. Non si tratta di fare questa o quella analisi soltanto o di farle meglio. Si tratta di recuperare e ricostruire la nostra identità culturale – teorica, ma anche storica, politica, metodologica – per metterla alla base del nostro agire politico e orientarlo.
Anche questo è lavoro di enorme difficoltà e complessità, per molti versi ancora più complicato e irto di ostacoli di quello politico o sindacale. Nondimeno va fatto perché, diversamente, gli sforzi per le costituenti comunista e sindacale sarebbero vanificati, ciechi, inutili. Ed anche qui non servono le scorciatoie o le soluzioni facili e genialoidi: non basta riscoprire qualche concetto del marxismo e appiccicarlo frettolosamente alla realtà di oggi; né è possibile trovare la soluzione in neologismi privi di reali contenuti o nella magniloquenza verbale che nasconde la povertà concettuale; non si può contrabbandare per nuovo ciò che è già ampiamente – e meglio – contenuto nella nostra teoria semplicemente inventando una formuletta nuova e accattivante; non si può essere pressappochisti, soggettivisti, unilaterali, sperimentalisti e non si può disinvoltamente utilizzare il più comodo armamentario del sociologismo corrente spacciandolo per “nuova scienza sociale”.
Il lavoro teorico che ci aspetta è cosa molto diversa ed è molte cose insieme, tra loro correlate.
È riappropriazione degli strumenti teorici e metodologici del marxismo, ed è riflessione critica e autocritica sulla straordinaria esperienza storica del movimento comunista organizzato; è studio della realtà concreta da interpretare e da analizzare attraverso i dati, i documenti, le inchieste, la lettura critica di ciò che è stato già elaborato; è trasmissione dialettica del pensiero critico marxista e del “sapere” ai giovani; è contrasto alla dittatura culturale della borghesia e del revisionismo; è informazione autentica sulla crudezza e l’imbarbarimento della società contemporanea; è supporto alle speranze e alle lotte; è opposizione alla cultura dell’apparenza in nome della cultura dell’essere; è propaganda dell’idea e della prospettiva del comunismo come orizzonte dato di Universale.
Un lavoro immane ma entusiasmante, che impone di avviare la costruzione di una rete articolata di strutture e di strumenti, di un circuito culturale entro cui far scorrere la cultura marxista nel corpo della classe e dell’intera società per riconquistare le posizioni perdute. Ne abbiamo – a ben guardare – le intelligenze, le risorse e gli strumenti. Abbiamo, dunque, la possibilità di rimettere in campo la nostra cultura in tutti gli snodi della realtà contemporanea.
Senza egemonia culturale è impossibile per i comunisti – che debbono sempre essere i portatori delle istanze più avanzate di libertà e di progresso – avere un ruolo di direzione politica della trasformazione sociale. Questa semplice verità gramsciana è vissuta per decenni nella prassi del movimento operaio e comunista di tutto il mondo. Anche il PCI per lunghi anni riuscì – finché volle essere egemone nella cultura italiana volta alla trasformazione radicale della società, prima di sfilacciare il suo ruolo nella faticosa e avvilente marcia di avvicinamento al governo – a interpretare le esigenze di cambiamento che salivano dalla classe operaia, dalle altre classi subalterne, dai giovani. In quegli anni il partito era ancora saldamente ancorato ai principi fondanti della cultura comunista e disponeva di imponenti risorse intellettuali e di un compatto tessuto di organismi e di strutture finalizzate all’egemonia: l’Istituto Gramsci, le scuole di partito, gli Editori Riuniti, le associazioni di amicizia con i paesi socialisti, l’ARCI, giornali di fabbrica, periodici nazionali e locali, una rete fittissima di circoli culturali, di case del popolo, etc.
Nell’ansia ottusa e continuista di ricreare il PCI disciolto, i “rifondatori” non si accorsero che questo patrimonio di cultura e di esperienza, di preziosissimi strumenti dell’egemonia era stato già dissipato quasi del tutto e ciò che restava era ormai snaturato e inutilizzabile. Non vollero neppure prendere in considerazione il problema: pensarono che tutto quello che serviva era rifare – tale e quale – un modello di partito che era stato già tanto sbrindellato da maturare il senso della propria inutilità e a concepire la propria eutanasia affidando a Occhetto, D’Alema, Veltroni e Mussi soltanto il pietoso estremo epilogo. Indaffarati a posizionarsi reciprocamente con mille manovrismi, impegnati a recuperare indebitamente la fiducia e la speranza dei comunisti delusi, ossessionati dal raccattare il massimo possibile di voti, Cossutta e soci non prestarono la benché minima attenzione alla cultura, alla ricerca, alla formazione. Anche in seguito, quando il “partito” era consolidato preferirono – tutti, senza alcuna eccezione – le zuffe interne, le ansie governiste, le alleanze miserabili, il “potere” subordinato nelle istituzioni. I risultati di queste scelte e dei percorsi fatti da questi geni della politica sono oggi sotto gli occhi di tutti.
Ma la stupidità e l’opportunismo non hanno mai limiti né freni e non imparano nulla dai propri errori: anche oggi, nelle prospettive che i diversi responsabili della recente sconfitta propongono per restare sul ponte di comando, non c’è nessuna – ma proprio nessuna – attenzione ai problemi della cultura e dell’egemonia, del recupero della identità teorica, della ricerca, della formazione.
Seguiremo ancora questa sciagurata deriva saccente, autoreferenziale, stupida e letale?
Un progetto di costituente comunista ha la necessità e la possibilità concreta di fare ben altro. Quello che possiamo mettere in campo non è affatto poco, né di poco conto: abbiamo i migliori intellettuali marxisti, abbiamo case editrici, centri e circoli culturali, riviste e siti web, abbiamo relazioni internazionali interessantissime. Possiamo, allora, ricostruire un tessuto di strumenti e di iniziative, un circuito culturale stabile che sia il frutto di una volontà schietta, di una sinergia sincera tra tutti coloro che lealmente e disinteressatamente vogliono contribuirvi facendo confluire in questo progetto le tante risorse.
Ecco, dunque, il progetto complessivo: la costituente comunista, proiettata verso la costruzione del partito; la costituente sindacale, impegnata a ridar vita al sindacato unitario di classe; un circuito culturale capace di guidare quei due percorsi paralleli consentendo di avere un saldo orientamento per il futuro, di formare una intera nuova generazione di comunisti, di assicurare ai comunisti l’egemonia.
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