Campagna di Boicottaggio dei Giochi Olimpici 2008 a Pechino e delle relazioni sportive e culturali con la Repubblica Popolare Cinese
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Il Gruppo EveryOne (www.everyonegroup.com) promuove una petizione e una campagna internazionale affinché venga immediatamente sospesa la durissima repressione socio-culturale in corso da giorni in Tibet, perpetrata dalle autorità cinesi nei confronti di migliaia di innocenti. I leader del Gruppo EveryOne e le autorità e le persone di buona volontà che sostengono il documento/petizione che segue promuovono la Campagna di Boicottaggio dei Giochi Olimpici 2008 a Pechino e delle relazioni sportive e culturali con la Repubblica Popolare Cinese. Sostengono inoltre l’iniziativa “Pechino 2008. Medaglie d’Oro per i Diritti Umani”, assegnando medaglie d’oro (che saranno coniate in metallo dorato a cura del Gruppo) a tutti coloro che decideranno di non partecipare ai Giochi Olimpici o ad altre manifestazioni sportive e culturali in Cina, in solidarietà alla popolazione del Tibet.
A: UN High Commissioner for Human Rights; Democratic Nations; European Union; EU Parliament; Council of Europe; European Commission; Human Rights Organizations; Sports Federations; Sports Associations; Athletes of Olympic Games; CONI
Una delle più gravi emergenze riguardanti i Diritti Umani si svolge nel Tibet, un Paese che si trova nord dell’Himalaya e che ha una superficie di 2,5 milioni di Kmq: oltre otto volte l’Italia. La popolazione tibetana è di circa 6,5 milioni di abitanti contro di 7,5 milioni di coloni inseriti progressivamente nel Paese dal governo cinese. Il Tibet è stato libero e indipendente per secoli; il suo diritto all’indipendenza è documentato da tre risoluzioni approvate dalle Nazioni Unite nel 1959, 1961 e 1965. In seguito all’invasione da parte del’esercito cinese – avvenuta fra il 1949 e il 1950 – e alla sua spietata politica repressiva, oltre duemila anni di storia e cultura tibetana sono messi gravemente a rischio di annientamento. Ricordiamo che durante l’occupazione e dopo l’annessione si sono verificati innumerevoli atti di barbarie, perpetrati da oltre 40 mila soldati invasori che già nel periodo 1950-1980 hanno assassinato più di due milioni di tibetani e distrutto un incomparabile patrimonio dell’umanità: oltre seimila templi e un numero incalcolabile di opere d’arte. Migliaia di dissidenti, intellettuali, religiosi – colpevoli di non accettare la persecuzione – sono stati incarcerati; lingua, religione e tradizioni culturali vengono negate; l’ambiente, di meravigliosa bellezza prima dell’invasione, è stato sottoposto a deforestazione e saccheggio delle risorse, operazioni che hanno provocato una catastrofe ecologica e il progressivo impoverimento del Paese. Dal 1959 il Dalai Lama vive in esilio. Nel frattempo il suo Paese è stato ridotto in condizioni tragiche di miseria: il livello di vita dei tibetani è uno dei più bassi del pianeta, mentre l’inserimento di coloni cinesi amplifica di anno in anno la situazione di minoranza dei tibetani. Nell’età moderna si è verificato il dramma previsto dal 13° Dalai lama – predecessore dell’attuale – nel 1931:
“Dobbiamo essere pronti a difenderci o le nostre tradizioni spirituali e culturali saranno distrutte, i nomi dei Dalai e Panchen Lama saranno cancellati, i nostri monasteri saranno saccheggiati e ridotti in macerie, i monaci e le monache assassinati o scacciati. Se non tuteleremo il nostro popolo, diventeremo schiavi dei nostri aguzzini, costretti a vagabondare senza speranza come mendicanti”.
Dal 13 marzo 2008 il Tibet assiste alla protesta dei cittadini contro la politica persecutoria del governo cinese. Le autorità cinesi hanno reagito con una durezza ancora maggiore, rispetto al passato. Numerosi monaci sono stati arrestati, mentre la polizia, sparando sulla folla dei dimostranti, ha provocato finora un centinaio di morti, che il governo tibetano in esilio ha documentato, mentre il governo cinese ha tentato di nascondere, dichiarando un numero complessivo di tredici vittime, definite “facinorosi” e “criminali”. La Storia ci invita a ricordare che la propaganda dei regimi persecutori ha sempre posto in essere campagne dirette a criminalizzare le vittime, secondo una precisa strategia finalizzata a giustificare violazioni e forme di annientamento: dai coloni europei nei confronti dei nativi americani ai nazisti nei confronti degli ebrei e delle altre minoranze loro invise. La persecuzione attuata da diversi Stati membri europei contro i popoli zingari – che avviene nell’indifferenza degli altri Paesi civili – si avvale della stessa forma di propaganda: “Tolleranza zero contro un popolo di criminali”. Le identiche parole che ha pronunciato il portavoce del Ministero degli esteri Qin Gang in risposta all’appello a favore del Tibet promosso da benedetto XVI. Il 18 marzo 2008 il premier cinese Wen Jiabao, per prevenire eventuali campagne di boicottaggio da parte del Dalai Lama, aveva addossato allo stesso la responsabilità dei lutti causati dalle autorità cinesi nel Tibet, accusandolo di “incitare il boicottaggio dei Giochi olimpici di Pechino del prossimo agosto”.
Ecco perché il Dalai Lama evita di parlare dell’opportunità di dire NO ai Giochi Olimpici di Pechino: non vuole che si versi altro sangue. Contemporaneamente, però, dal suo esilio a Dharmsala, in India, lancia al mondo libero un grido di aiuto: “La repressione sta aumentando fino a raggiungere enormi e spaventose violazioni dei diritti dell’uomo e contemporaneamente è negata la libertà religiosa e le questioni spirituali vengono politicizzate”.
Nel frattempo i religiosi, gli intellettuali e i leader in esilio hanno iniziato una marcia di protesta dall’India al Tibet, chiedendo che la sanguinaria occupazione cinese del Tibet abbia fine e che tutti i Paesi e gli esseri umani che credono nella necessità di salvaguardare i Diritti Umani boicottino senza esitazione lo svolgimento dei prossimi Giochi olimpici a Pechino. La comunità internazionale sembra spaventata dall’ipotesi-boicottaggio, perché gli interessi economici e politici che ruotano intorno ai Giochi Olimpici sono enormi.
Mostrarsi vili e indifferenti di fronte a una tragedia di proporzioni immense, tuttavia, sarebbe il più grave degli errori e renderebbe tutti noi complici dei carnefici che perpetrano continue violazioni dei diritti fondamentali della persona, che contrastano con la convivenza civile e con i principi di libertà e dignità che devono essere concessi a ogni essere umano. I giochi olimpici rappresentano, da sempre, un momento celebrativo di fratellanza tra i popoli, tant’è che storicamente, durante il loro svolgimento, veniva interrotto ogni conflitto; inoltre i Giochi sono un’occasione per riaffermare il valore universale dei diritti umani e impedire la violazione dei diritti democratici. A tutto questo il Governo Cinese sta venendo meno.
Dopo le sconvolgenti vicende che hanno coinvolto la Birmania, dove sono stati trucidati centinaia di monaci buddisti che manifestavano pacificamente, episodi ancora più gravi si stanno ripetendo in Tibet e gli oppressori non vengono raggiunti da ammonimenti forti e chiari, da voci ferme e autorevoli che li inducano a cambiare strada e a intraprendere la via del rispetto dei Diritti Umani. Fino ad ora sono rimaste inascoltate le raccomandazioni promosse dalle organizzazioni per i diritti civili e da alcune forze politiche internazionali, come a nulla è purtroppo valso – come abbiamo visto – l’appello del Dalai Lama alle autorità Cinesi perché abbandonino l’uso della forza per reprimere le pacifiche e democratiche proteste del popolo tibetano. Paura e indifferenza, al contrario, indeboliscono la sua voce che invita alla pace e al rispetto dei popoli.
Il Gruppo EveryOne invita le nazioni, le federazioni sportive, i singoli atleti, i giornalisti sportivi, i tifosi a riflettere attentamente sull’eventualità di ignorare la sofferenza e i lutti che colpiscono i tibetani per celebrare i Giochi Olimpici come si fa ogni quattro anni. Che valore avrebbero le performance degli atleti? Che suono avrebbero gli inni nazionali? Che luce rifletterebbero le medaglie?
Si ricordino le Olimpiadi del 1936: la scelta cadde su Berlino, sede contrastata, visto che la Germania stava entrando in pieno periodo hitleriano. I Giochi altro non furono che l’occasione per mostrare al mondo intero la superpotenza germanica: nuove costruzioni faraoniche, tra cui un Villaggio Olimpico splendido, e una squadra tedesca che si preparò scrupolosamente e per mesi nella Foresta Nera, da dove uscì in grande spolvero dopo allenamenti durissimi. Le proteste ai Giochi Hitleriani di certo non mancarono, ma ancora più che le proteste non mancarono le contraddizioni: gli Stati Uniti minacciarono il boicottaggio per voce del presidente Roosevelt, ma tutto poi rientrò. Roosevelt mandò un inviato in Germania per verificare quale fosse effettivamente la situazione, ma ad attraversare l’oceano fu Avery Brundage, futuro presidente del CIO e soprattutto di tendenze ultraconservatrici e razziste. Così il suo rapporto fu positivo e gli Stati Uniti decisero di partecipare ai Giochi. Anche Hitler si ridipinse un po’: nello squadrone tedesco vennero inseriti così una manciata di atleti di origine ebrea; questo mentre erano già operative le leggi antiebraiche. Così, in un trionfo di svastiche, il 1° agosto 1936 il mezzofondista tedesco Erik Schilgen accese, con la fiaccola giunta per mano di 3000 tedofori da Atene, il braciere olimpico. Qualche anno dopo, per citare un esempio significativo, tutti i giocatori di origine ebrea dell’Ajax, squadra calcistica del ghetto di Amsterdam fondata dai fratelli Han e Johan Dade, vennero deportati nei campi di concentramento nazisti, sotto l’indifferenza, mista a sgomento, della comunità internazionale.
Non permettiamo che avvenga lo stesso con la Repubblica Popolare Cinese.
La Cina non può rappresentare lo spirito olimpico di fratellanza e amicizia, come non può accogliere l’arte e la cultura che si facciano messaggeri di solidarietà. Il Gruppo EveryOne chiede a tutti gli atleti, italiani e internazionali, che abbiano pianificato la loro presenza alle Olimpiadi di Pechino, di boicottare la loro partecipazione ai Giochi. Ma questo non deve bastare, perché il boicottaggio, per essere efficace nei confronti di un governo la cui arroganza e i cui soprusi sembrano non avere un limite, deve riguardare ogni manifestazione sportiva, culturale, di spettacolo, di incontro. Il Gruppo EveryOne – ma anche voci importanti della cultura contemporanea, come quella del filosofo francese Bernard Henry-Levy – chiede agli atleti di non esprimere il loro talento sul suolo di un Paese che non riconosce i Diritti Umani; chiede a tutti gli artisti che abbiano previsto tournée, concerti e spettacoli in Cina, di cancellarli: devono fermarsi i concerti, fin tanto che le trombe tibetane non potranno tornare a suonare in libertà e serenità; si devono fermare gli spettacoli, fin tanto che non cesseranno le urla di migliaia di innocenti che manifestano in modo nonviolento e vengono repressi con la forza, arrestati, umiliati, uccisi da forze militari cinesi.
Il Gruppo EveryOne ricorda che il boicottaggio è una forma di azione a sostegno dei Diritti Umani che ha ottenuto importanti risultati fin dalla fine del XIX secolo, epoca a cui risale la sua origine. La sua efficacia è indiscutibile, perché si basa sugli stessi principi che hanno fatto dello sciopero uno strumento fondamentale per le istanze dei lavoratori, in tutto il mondo. Il boicottaggio è un’azione nonviolenta, mirata a isolare l’entità che viola i Diritti Umani e a interrompere forme di collaborazione nei suoi confronti. Una delle vittorie più significative ottenute attraverso il boicottaggio fu l’abolizione dell’apartheid in Sudafrica. A chi sostiene che i Giochi Olimpici 2008 porteranno vantaggi a tutto il popolo cinese e visibilità ai dissidenti tibetani, rispondiamo che la manifestazione, se dovesse tenersi regolarmente, avrà il solo risultato di rafforzare l’attuale regime, penalizzando ulteriormente le minoranze perseguitate, mentre le notizie provenienti dal Tibet che raggiungeranno i media e gli osservatori internazionali saranno opportunamente filtrate dalla propaganda governativa. Il boicottaggio, al contrario, è una risposta chiara alla voce della prevaricazione: “Non esiste un prezzo per la libertà di un popolo; non esiste un prezzo per il sangue innocente”.
I leader del Gruppo EveryOne, le autorità e le persone di buona volontà che sostengono la Petizione e la Campagna di Boicottaggio dei Giochi Olimpici 2008 e delle relazioni sportive e culturali con la Cina promuovono inoltre l’iniziativa “Pechino 2008. Medaglie d’Oro per i Diritti Umani”, assegnando medaglie d’oro (che saranno coniate in metallo dorato a cura del Gruppo) a tutti gli atleti che decideranno di non partecipare ai Giochi Olimpici o ad altre manifestazioni sportive in Cina, in solidarietà alla popolazione del Tibet. Le Medaglie d’Oro saranno assegnate e consegnate anche ai giornalisti, agli intellettuali, agli artisti che parteciperanno alla Petizione e alla campagna, boicottando relazioni di cultura, informazione o spettacolo con il governo degli oppressori.
Per il Gruppo EveryOne: Roberto Malini, Matteo Pegoraro, Dario Picciau, Glenys Robinson e altri 20 membri
Firma su www.petitiononline.com/fortibet
***Per ulteriori informazioni e aggiornamenti:
Gruppo EveryOne
matteo.pegoraro@everyonegroup.com
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Tel: +39 334 8429527 :: Fax: 055 0518897***







Il Dalai Lama ha ricevuto la madaglia d’oro da Bush e lui per ringraziarlo ha definito “gli Usa campioni di democrazia e lottatori per la libertà.”
Il Dalai Lama è contro l’aborto e i rapporti omossessuali.
Ha definito la guerra in Afghanistan “una guerra di liberazione”.
Ha sostenuto l’aggressione imperialista alla Serbia.
Durante le rivolte contro Pechino sono stati dati alle fiamme i negozi dei non tibetati.
Il Dalai Lama si è dichiarato contro i matrimoni misti tra tibetani e non tibetani.
La storia di quella terra la conosciamo in parte grazie al film “Sette anni in Tibet”. Un film di parte, basato sul libro di un certo Heinrich Harrer, un nazista austriaco che durante la seconda guerra era in amicizia con l’artistocrazia tibetana: il colonialismo hitleriano infatti in quel periodo era in competizione con quello inglese. Un film incentrato sul racconto di un nazista che viene sdoganato e lodato nella sale cinematografiche e nelle scuole dei nostri paesi democratici.
Durante il periodo in cui in Tibet vigeva la teocrazia dei monaci le donne erano considerate alla stregua degli animali e potevano tranquillamente dormire con i cani, mentre la plebe era considerata oggetto di proprietà al servizio dei monaci stessi.
La plebe non aveva diritto nemmeno alla sepoltura, dovevano essere lasciati i cadaveri smembrati dai monaci stessi alle intemperie e le loro carni mangiate dagli animali.
il Tibet ha cominciato a gobere stabilmente di una propria autonomia solo dopo la Rivoluzione Cinese, quando venne stabilita la riforma agraria e cancellato il feudalesimo, sistema sociale di cui godeva esclusivamente la casta monacale.
per maggiori iformazioni:
« The CIA’s Secret War in Tibet » (La guerra segreta del la CIA in Tibet) di Kenneth Conboy (University Press of Kansas, 2002, 300 pagine)
« Buddha’s Warriors The story of the CIA-backed Tibetan Freedom Fighters » (I guerrieri di Buddha. La storia dei combattenti tibetani per la libertà appoggiati dalla CIA), di Mikel Dunham (Penguin edizioni, 2004, 434 pagine)
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La rivolta armata è stata preparata durante molti anni sotto la direzione dei servizi segreti americani, La CIA. Ciò appare chiaramente scritto in « The CIA’s Secret War in Tibet » (La Guerra segreta della CIA in Tibet) de Kenneth Conboy (University Press of Kansas, 2002, 300 págine).
Si tratta di una opera che lo specialista della CIA, William Leary, lo definì come uno studio eccellente ed impressionante sopra una delle operazioni segrete più importanti durante la guerra fredda.
Nel 1951 i comunisti prendono il potere in Tibet. Nel corso dei due secoli anteriori, non un solo paese nel mondo ha mai riconosciuto il Tibet come un paese indipendente. Durante questi duecento anni, la comunità internazionale ha considerato il Tibet come una parte integrante della Cina, o al massimo, come uno stato vassallo. Già nel 1950 l’India affermava che il Tibet era una parte integrante della Cina. L’Inghilterra che da quaranta anni occupava una posizione privilegiata in Tibet, seguì pedissequamente la posizione indiana.
Soltanto gli Usa si mostrarono vacillanti. Fino alla seconda guerra mondiale, considerarono il Tibet come parte della Cina e frenavano la volontà egemonica dell’Inghilterra sul Tibet. Però dopo la guerra, gli Usa preferirono fare del Tibet un enclave religioso contro il comunismo. Contrariamente a quanto accadde con la questione coreana, dove riuscirono ad isolare completamente i comunisti, in questo caso non riuscirono a creare alcuna coalizione internazionale. Nel 1951 la maggior parte dell’elite tibetana, inclusa l’Assemblea generale ampliata, accettò l’accordo di negoziare con la Cina “una liberazione pacifica”.
Ma questo cambiò quando, nel 1956, le autorità decisero di applicare una riforma agraria nei territori tibetani della provincia de Sicuani. Le elites locali non accettarono che le loro proprietà e i privilego loro riconosciuti fino ad allora venissero attaccati. Questi fatti condussero alla sollevazione armata del 1959.
Un altro libro, «Buddha’s Warriors ¬ The story of the CIA-backed Tibetan Freedom Fighters» di Mikel Dunham (Penguin, 2004, 434 págine) spiega come la CIA portò centinaia di tibetani negli Usa, li condusse e li armò, mandò paracaduti carichi di armi sopra il loro territorio, li formò nell’utilizzo di armi da fuoco nel mentre si muovevano a cavallo. Etc…
Il prologo di questa opera è stata redatta da parte di “sua Santità il Dalai Lama”. Senza dubbio quest’ultimo considera un onore che la rivolta separatista armata sia stata diretta dalla CIA. Nel prologo, scrive: “sebbene abbia il profondo sentimento che la lotta dei tibetani potrà solo trionfare attraverso una linea d’azione a lungo termine e utilizzando mezzi pacifici, ho sempre ammirato questi combattenti per la libertà per il loto valore e la loro determinazione incrollabile.”
Dalai Lama: “gli Usa sono un campione di democrazia e di libertà.”
D’altra parte, secondo quanto ricorda lo specialista Peter Franssen, nell’ottobre passato, il parlamento americano consegnava al Dalai Lama la Medaglia d’Oro, la decorazione più importante che il parlamento può riconoscere. Sua sempre sorridente santità, pronunciò un discorso nel quale elogiava Bush per i suoi sforzi a livello mondiale a favore della libertà, la demostrazia e i diritti umani e qualificò gli Usa come “i campioni della democrazia e della libertà.”
Poco prima aveva qualificato la guerra in Afghanistan come una “liberazione” e la guerra di Correa nel 1959 come una “semi-liberazione”, mentre come il conflitto in Vietnam come una “sconfitta”.
E’ evidente che il Dalai Lama riceve appoggio dalla estrema destra. Non solo per il suo rabbioso anticomunismo ma anche per il suo razzismo; con l’obiettivo di preservare la purezza della razza oppressa, il suo governo in esilio condanna i matrimoni misti fra i tibetani e gli “altri”. In questo contesto, Jörg Haider, il neonazista austriaco, può sentirsi identificato. Sono persone come Haider i primi a prestare aiuto al Dalai Lama.
Infortibet/michelcollon.info
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anche Indymedia al servizio delle campagne della CIA?
Ma che bravi…
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