Bernard Maris, economista francese e membro del comitato scientifico di ATTAC, è una delle figure intellettuali di cui oggi maggiormente si avverte la mancanza: l’economista anticonformista che ha deciso di gridare che il re è nudo, denunciando la pacchianeria intellettuale e il servilismo politico dei guru dell’economia. Le sue caricature di figure chiave del dibattito economico d’oltralpe, da Michael Camdessus (già direttore del FMI), ad Alain Minc (già socio di Carlo De Benedetti e ora nell’entourage di Sarkozy), a Jean-Claude Trichet (governatore della BCE), sono quanto mai godibili ed una boccata di aria fresca nell’aria stantia del pensiero unico contemporaneo. Almeno tre dei suoi libri sono disponibili anche in Italia, e con una rapida ricerca su google potete avere tutti i ragguagli.
Ciò che rende particolarmente fresco e originale l’approccio di Maris è che, con tutto il rispetto per gli economisti marxisti (Maris pensa che i veri giganti del pensiero economico siano stati Marx e Keynes), nei suoi scritti non trovate mai tirate sull’accumulazione primaria del capitale o sulla caduta tendenziale del saggio del profitto. L’approccio di Maris è piuttosto quello dei “conti della serva”, che consiste nell’impilare con carta e matita cifre provenienti dalle statistiche ufficiali e tirare le somme dopo aver fatto i conti con le dita sulla punta del naso. Il punto su cui batte e ribatte è l’abilità con cui l’informazione economica francese è riuscita a far sparire dal dibattito pubblico uno dei temi chiave del pensiero economico classico, cioè la distribuzione della ricchezza, ovvero come si divide la torta dopo averla cucinata. Esiste in Francia un qualsiasi disagio sociale che ha basi economiche e che in passato avrebbe portato ad appelli ad una maggiore equità? Bene, ora semplicemente si invoca il mantra della maggiore crescita economica e della maggiore produttività. Perché nel frattempo la percentuale dei salari si sia contratta dal totale della ricchezza nazionale è cosa che non va neanche menzionata.
Questo in Francia. E in Italia?
In Italia la Banca d’Italia pubblica dati secondo cui il reddito reale delle famiglie, scontando cioè l’inflazione, è rimasto immutato dal 2000. Non è chiarissimo perché a fronte di un reddito reale immutato si moltiplicano gli appelli a favore degli Italiani che non ce la fanno più ad arrivare a fine mese, persino da parte della destra berlusconiana (che è stata al governo per cinque anni di quel periodo indicato da Bankitalia), né è chiarissimo perché gli stipendi siano rimasti immutati in un ciclo economico che, pur sostanzialmente recessivo, è sempre stato in crescita. Sommando però questa notizia a quella diffusa qualche settimana fa secondo cui l’Italia ha livelli salariali tra i più bassi d’Europa, si capisce che è necessario correre ai ripari. Ed ecco, ieri, una fantasmagoria di dichiarazioni da parte di economisti di regime e politici che intonano l’ennesima geremiade sulla crescita lenta e sulla scarsa produttività, e come sia necessario fare sgravi alle imprese e dare mano libera ai padroni nelle fabbriche per venire in soccorso ai poveri lavoratori dipendenti e permettergli di portare a casa buste paga più pesanti (quando e se ci sarà maggiore crescita e maggiore produttività). Il tutto corroborando l’accusa di Maris su una congiura politico-mediatica, anche in Italia, a tener fuori dal dibattito il modo in cui si tagliano le fette di torta.
I sindacati sono completamente complici della manipolazione. Avendo trasformato la politica della ‘concertazione’ in un pretesto per rinunciare alle vertenze e ‘gestire’ il conflitto sociale per via burocratica, eccoli tutti a invocare sgravi fiscali sul mondo del lavoro, senza dire che in mancanza di un’armonizzazione della tassazione delle rendite finanziarie al 20 per cento (cosa per cui ormai mancano tutte le condizioni politiche), qualunque sgravio fiscale si traduce in una contrazione immediata e diretta della spesa sociale, di cui faranno le spese i ceti più deboli e il ‘mondo del lavoro’.
Una volta Joseph Stigliz, premio Nobel per l’economia, rievocando i tempi del suo lavoro alla Banca Mondiale, diceva che ogni sua riserva sulla qualità e quantità effettiva di crescita economica nella Russia post-sovietica, a seguito della cura di cavallo di Eltsin assistita dalle organizzazioni finanziarie internazionali, trovava un’immediata obiezione nella menzione dell’alto numero di BMW, Mercedes e negozi di lusso che si vedevano a Mosca e Pietroburgo. Segno che tutto quindi andava bene. Ma Stigliz rispondeva che proprio l’alto numero di BMW, Mercedes e negozi di lusso in un paese i cui abitanti vedevano drasticamente ridursi la speranza di vita e attraversavano una crisi demografica dovuta alla povertà dilagante era il segno più evidente del carattere distorto del nuovo modello di sviluppo.
Naturalmente la situazione economica e sociale dell’Italia di oggi e quella della Russia Eltsiniana non sono neanche lontanamente paragonabili, ma c’è da chiedersi fino a che punto sarà possibile la congiura del silenzio sulla divisione della torta in un paese come il nostro che combina livelli salariali infimi e modelli di consumo sardanapaleschi.






